La tenda che non vogliamo aprire
Dorothy e i suoi compagni, quando scoprono che il Mago di Oz non è un mago, non gridano. Rimangono immobili. Forse delusi — ma soprattutto imbarazzati. Perché sapevano. O avrebbero potuto sapere che quello che hanno considerato a lungo un mago è un uomo qualunque, nascosto dietro una tenda, che aziona leve, amplifica la voce, produce fumo.
Il punto non è tanto lo smascheramento, quanto piuttosto il fatto che fino a quel momento tutti hanno avuto bisogno che lui fosse un mago. Questa metafora è stata usata di recente da Matteo Persivale per leggere il caso Epstein: il potere come costruzione scenica, sostenuta da una rete di credenze, convenienze, silenzi selettivi. Ma può essere estesa, con le dovute differenze, anche al rapporto che intratteniamo con i social network e con i proprietari delle Big Tech. Non solo perché ci ingannano ma soprattutto perché anche noi partecipiamo a una finzione — e lo facciamo sapendo, almeno vagamente, a cosa stiamo partecipando.
Il sapere tenue
Agli inizi, i social erano una promessa: connessione, voce, partecipazione. La tecnologia sembrava una mente più grande della nostra, e noi l’abbiamo abitata con entusiasmo e pure con una certa deferenza. Si sapeva già allora che potevano creare dipendenza, che gli algoritmi ottimizzavano il coinvolgimento, che i dati venivano raccolti e rivenduti. Ma era un sapere tenue, facilmente sospendibile. Come quando si intravede la tenda, ma si preferisce non tirarla.
Poi è arrivato lo scandalo Cambridge Analytica, e per un attimo la tenda si è aperta. Profilazione, manipolazione, sfruttamento sistematico dei dati sono stati svelati. Eppure non è successo quasi nulla di sostanziale. Abbiamo continuato a usare i social come prima e forse ancora più di prima. Non per ignoranza, ma per qualcosa di più sottile: la sospensione del giudizio quando è in gioco qualcosa che ci serve.
Questa capacità di sapere e al tempo stesso non voler sapere è ciò che in psicoanalisi si chiama disconoscimento: una modalità difensiva che non nega la realtà, ma la lascia in sospeso, disponibile quando serve, accantonabile quando disturba.
Dall’idealizzazione alla demonizzazione
Oggi la scena si è rovesciata. I social non sono più promessa, ma minaccia: dipendenza, polarizzazione, danno per i minori. Sono diventati il problema, il nemico. Questo passaggio — dall’idealizzazione alla demonizzazione — è ben noto alla clinica. È il movimento tipico di chi non riesce ad attraversare la fase più difficile: l’elaborazione e l’accettazione dell’ambivalenza, che richiede di tenere insieme aspetti positivi e negativi senza liquidare gli uni per salvare gli altri.
Barbara Spinelli ha scritto, con lucidità, che i social non sono come le sigarette. Mentre le sigarette sono un oggetto tossico lineare ed univoco, che agisce sul corpo attraverso meccanismi biologici definiti, i social sono ambienti complessi, che agiscono su identità, relazioni, riconoscimento. Non si regolano come si vietano le bionde. Aggiungerei che non ci si può fermare a questa distinzione e rimanere sul piano della regolazione, senza chiedersi perché continuiamo a usarli, anche sapendo.
Il bisogno del Mago
Qui la metafora del Mago di Oz diventa ancora più calzante. Nel racconto, lo Spaventapasseri cerca un cervello, l’Uomo di latta un cuore, il Leone il coraggio. Tutti si rivolgono al Mago per ottenere qualcosa che, in realtà, già possiedono. Il Mago non dà nulla che non fosse già lì: restituisce soltanto, con un gesto scenico, ciò che i personaggi non riuscivano a riconoscere in sé stessi.
I social funzionano in modo analogo. Ci offrono visibilità, per sentirci esistere; reazioni, per sentirci riconosciuti; connessione, per non sentirci soli. Rispondono a bisogni umani reali, legittimi. Ma lo fanno in una forma amplificata, intermittente, misurabile, — una forma che trasforma un bisogno in circuito di ripetizione. Non è tanto una dipendenza nel senso farmacologico del termine. È qualcosa che la psicoanalisi descriverebbe come una coazione a ripetere sostenuta da rinforzi esterni: si ritorna non perché si ottiene soddisfazione, ma perché non si riesce a smettere di cercarla.
Il Mago siamo anche noi
Il problema, allora, non si esaurisce nella colpa delle piattaforme, nell’inerzia dei legislatori, nell’ingenuità degli utenti. È una configurazione più complessa, in cui ciascuno ha la sua parte: le piattaforme ottimizzano il coinvolgimento, la politica insegue o ritarda, gli utenti investono desiderio. E oggi, dopo anni di delega, il divieto appare come soluzione rapida — un modo per espellere all’esterno un conflitto che non è stato elaborato.
Se i social fossero sigarette, basterebbe limitarli. Ma non lo sono, perché toccano il bisogno di riconoscimento, la regolazione degli affetti, la costruzione del Sé. Richiedono qualcosa di diverso dalla norma: richiedono quello che Fonagy chiamerebbe mentalizzazione — la capacità di riconoscere che dietro ogni comportamento — proprio e altrui — c’è un mondo interno fatto di intenzioni, emozioni e storie, non sempre visibile, non sempre coerente, ma sempre presente. Non una soluzione tecnica, ma una disposizione che si coltiva, che si apprende, e che può essere persa.
Dopo la tenda
Forse il punto non è tanto smascherare il Mago, in questo caso le piattaforme e i loro interessi, per perseguire i quali – come afferma De Biase nel suo Podcast – i padroni del mondo non tengono conto né dell’empatia né dell’introspezione. Non basta sbandierare questa messinscena. La tenda, in fondo, l’abbiamo sempre intravista. E abbiamo comunque proseguito nel gioco.
Il punto è accettare che non esiste un Mago che ci darà cervello, cuore o coraggio — e che il bisogno di crederci non scompare con lo smascheramento. Il rischio, oggi, non è l’illusione in sé. È credere che basti denunciarla per liberarsene.
C’è però una domanda che resta in sospeso, e che Mauro Magatti sul Corriere di ieri ha posto con precisione: quale idea di libertà abbiamo coltivato in questi decenni? Riprendendo Bauman, Magatti ricorda che la promessa postmoderna — individui finalmente liberi da ogni vincolo — si è risolta in qualcosa di molto diverso. Il legame negato non è scomparso: è ritornato in forma perversa, come dipendenza, come tribù chiusa, come populismo, come controllo algoritmico. La libertà intesa come scioglimento da ogni relazione non libera: produce nuove catene, più opache delle precedenti.
Questo vale anche per i social. Quando li abbiamo accolti come spazio di libertà — voce, connessione, presenza — abbiamo immaginato una libertà da: da intermediari, da gerarchie, da silenzio. Ma non ci siamo posti la domanda successiva: libertà per cosa, e con chi. Il risultato è stato un ambiente che ha simulato il legame senza costruirlo, che ha offerto riconoscimento senza richiederlo reciprocamente, che ha trasformato la presenza in performance.
Regolamentare i social è necessario. Ma non è sufficiente, se non si affronta il lavoro più difficile — individuale e collettivo: imparare ad ammettere i nostri bisogni di riconoscimento, conferma, legame senza cadere nella trappola algoritmica che li trasforma in illusorie performance, riuscire a tenere la tenda aperta guardando in faccia il deus ex machina che regola la scena.
Vivere senza magia, insomma. Senza però rinunciare al desiderio.