Abbracci utili
C’è una pubblicità di una cassa malati svizzera che mi ha sempre irritato. Non perché dica qualcosa di falso. Consiglia anzi qualcosa di utile e saggio, di abbracciarsi e spiega anche perché dovremmo farlo e per quanto tempo. Propone analoghi giudiziosi consigli per le emozioni come il pianto e il riso. Gli abbracci fanno bene, certo, perché liberano ossitocina e se l‘abbraccio dura cinque secondi, ci spiega ancora la solerte cassa malati, l‘effetto è ancora più efficace. Il pianto può avere un effetto catartico. Il riso può rafforzare il nostro umore. Ma in queste pillole di saggezza qualcosa stona.
Come se i gesti umani dovessero ormai esibire una giustificazione medica per ottenere il permesso di esistere.
Non abbracciamo più perché qualcuno ci manca, o perché la gioia trabocca, o perché il dolore non sa più stare da solo. Abbracciamo perché abbassa lo stress. Piangiamo perché libera. Ridiamo perché rinforza.
Leggendo un profondo articolo di Julian Baggini sul The Guardian ho capito meglio l’origine del mio fastidio. La tesi è semplice e, proprio per questo, difficile da ignorare: stiamo imparando a giustificare tutto non per il suo valore, ma per la sua utilità, dunque a strumentalizzare tutto.
L’arte perché allunga la vita. (“See more. Live more”)
La natura perché riduce il cortisolo. (Walking in nature can help wellbeing)
La religione perché protegge dalla depressione. (“significant medical benefits on the cardiovascular system, blood, as well as muscle and bone resulting from the solat daily prayer”)
Il sesso perché fa bene alla prostata. (“An orgasm a day could keep prostate cancer away, scientists claim”)
Non è falso. È incompleto. E nell’incompletezza si gioca qualcosa di decisivo.
Quando il fine diventa mezzo
Il punto non è che questi effetti non esistano. Esistono. Il punto è che, quando diventano la ragione principale per cui facciamo qualcosa, trasformano il significato stesso dell’esperienza.
L’arte non è più qualcosa che ci espone all’inutile, all’eccesso, al non misurabile. Diventa una tecnologia di benessere.
La natura non è più alterità, distanza, vertigine. Diventa un dispositivo regolativo.
La religione non è più relazione con il trascendente. Diventa igiene psichica.
In questo passaggio, apparentemente innocuo, avviene una riduzione. Ciò che aveva valore in sé viene piegato a una funzione. Non viviamo più esperienze: le utilizziamo.
Non è una novità assoluta. È, semmai, la prosecuzione di una tentazione antica, che l‘illuminismo, con il suo invito rivolto all‘individuo di ricercare autonomamente la propria felicità, ha reso quanto più esplicita e la modernità radicale. D‘altro canto Immanuel Kant, colui che ha dato all’Illuminismo la sua forma etica più rigorosa, ci aveva al riguardo ammonito con una chiarezza che oggi suona quasi inattuale: non trattare mai l’umanità, né in te né negli altri, semplicemente come mezzo, ma sempre anche come fine.
Quell’“anche” è decisivo. Non nega che gli esseri umani possano avere effetti, funzioni, utilità reciproche. Ma stabilisce un limite: non possono essere ridotti a questo.
La nostra epoca moderna sembra invece aver fatto proprio il contrario: ciò che era un limite è diventato un metodo.
L’altro come mezzo
La psicoanalisi conosce bene questa deriva, anche se la chiama in altri modi.
Quando l’altro viene investito soprattutto per ciò che produce in noi — calma, conferma, sicurezza — il legame perde spessore. Non incontriamo più una soggettività, ma un effetto. L’altro smette di essere un centro di esperienza e diventa una funzione regolativa.
È una forma sottile di narcisismo: non perché l’altro venga rifiutato, ma perché viene usato.
In termini più tecnici, si potrebbe dire che non si arriva mai davvero all’oggetto. Lo si attraversa per ottenere qualcosa. Lo si consuma senza riconoscerlo.
La mentalizzazione direbbe: l’altro non è più qualcuno di cui interrogare i pensieri e i sentimenti, ma qualcosa che deve produrre un risultato. Conta ciò che fa su di me, non ciò che vive in sé. È una postura teleologica, volta ad ottenere cioè uno scopo personale: se funziona, vale. Se non funziona, si cambia.
L’eccezione che smentisce la regola
C’è però un’esperienza umana che resiste, almeno idealmente, a questa riduzione.
L’amore.
Non perché sia puro o immune da ambivalenze — la clinica ci insegna il contrario — ma perché, nella sua forma più autentica, non è spiegabile in termini di utilità.
Non amo qualcuno perché mi fa stare bene.
Semmai, mi fa stare bene perché lo amo.
È un rovesciamento che Erich Fromm aveva colto con precisione. L’amore non è un mezzo per ottenere benessere, ma una relazione che può, eventualmente, produrlo come effetto secondario.
Se diventa il contrario — se amo perché mi fa bene — qualcosa si è già incrinato. L’altro è già stato trasformato, almeno in parte, in funzione.
L’amore, quando c’è, è gratuito. Non nel senso che non abbia conseguenze, ma nel senso che non ha giustificazione.
Il rischio nel rapporto terapeutico
Anche la terapia non è immune da questo rischio.
Il paziente arriva spesso con una domanda legittima e concreta: dormire meglio, soffrire meno, liberarsi da un sintomo. Ma se la terapia si lascia interamente organizzare da questa richiesta, rischia di diventare ciò che promette di non essere: una tecnica sofisticata di regolazione.
Il terapeuta, in questa prospettiva, diventa una sorta di dispositivo umano di benessere. Più complesso di un’app, più flessibile di un farmaco, ma strutturalmente simile: serve a produrre effetti.
È qui che la questione della non strumentalizzazione diventa clinicamente decisiva.
Una terapia non funziona davvero se riduce il paziente a un problema da risolvere o il terapeuta a uno strumento da usare. Funziona quando, almeno in parte, sospende questa logica.
Quando qualcuno, per una volta, non ti usa neppure per guarirti.
Il paradosso della cura
C’è un punto, però, ancora più radicale.
La non strumentalizzazione del rapporto terapeutico non significa solo che il rapporto non deve essere usato. Significa anche che non deve diventare un fine in sé.
Una buona terapia non mira a trattenere. Non mira a rendersi indispensabile. Non mira a produrre legame per il legame.
Il suo esito maturo è un altro: che il paziente possa fare a meno del terapeuta.
Che possa vivere senza appoggiarsi costantemente a quella relazione.
Che possa usare ciò che ha interiorizzato senza doverlo riprodurre.
Che possa, in fondo, lasciar andare.
Contro gli abbracci utili
Forse è questo, alla fine, che mi irrita in quella pubblicità.
Non il fatto che gli abbracci facciano bene.
Ma il fatto che debbano farlo. Che debbano giustificarsi.
Che debbano produrre qualcosa per essere legittimi. E che a consigliarlo sia una cassa malati che, così facendo, si propone di ridurre lo stress dei suoi assicurati non perché li tratta come fini ma perché vuole ottenere una riduzione dei costi di malattia per i quali deve sborsare soldi.
Al di là di questo, ci sono esperienze — e relazioni — che valgono proprio perché non servono.
E forse una cultura comincia a perdere qualcosa di essenziale nel momento in cui non riesce più a tollerarle.
Il fine o la fine?
La salute è importante. Il benessere anche.
Ma non sono il fine. Sono, al massimo, la condizione.
Il fine — se questa parola ha ancora un senso — è ciò che non ha bisogno di esserlo.
Suggerimento musicale: The Blower‘s Daugther