«Non ho mai conosciuto un filosofo che sapesse sopportare pazientemente il mal di denti», osservava un personaggio di Shakespeare in Molto rumore per nulla. Quando il dolore diventa insopportabile, le più raffinate argomentazioni filosofiche perdono improvvisamente il loro fascino.
Qualche secolo dopo, l’economista John Maynard Keynes auspicava che gli economisti riuscissero a diventare persone competenti e modeste come i dentisti, che imparassero cioè ad affrontare i problemi concreti, anziché trasformarli in interminabili controversie ideologiche.
A riprendere questa singolare analogia è oggi Isabella Weber, economista tedesca che insegna all’Università del Massachusetts e che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo piuttosto impegnativo: Anti-Fascist Economics.
Anti-Fascist Economics
La sua tesi, esposta in una recente intervista al Guardian, è in fondo semplice: se vogliamo difendere la democrazia dall’avanzata dei movimenti autoritari, dobbiamo cominciare a occuparci seriamente delle condizioni materiali di vita delle persone.
Casa, alimentazione, energia, trasporti, assistenza sanitaria. Non si tratta di lussi né di aspirazioni particolarmente rivoluzionarie. Sono le condizioni elementari che consentono a una persona di vivere dignitosamente e di guardare al futuro senza un’angoscia permanente.
Secondo Weber, la crescente difficoltà di soddisfare questi bisogni alimenta una frustrazione che può trasformarsi in risentimento politico. Quando le istituzioni democratiche sembrano incapaci di rispondere alle necessità quotidiane, chi promette soluzioni radicali, per quanto illusorie, trova un terreno particolarmente fertile.
Naturalmente sarebbe ingenuo sostenere che il fascismo nasca semplicemente dall’aumento degli affitti o dal prezzo dell’elettricità. La storia ci insegna che i fenomeni autoritari hanno radici assai più complesse. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il rapporto tra insicurezza economica, perdita di fiducia nelle istituzioni e disponibilità ad affidarsi a chi promette di ristabilire un ordine perduto.
Quando il futuro si restringe
Cosa accade quando la precarietà economica non è più una difficoltà passeggera, bensì diventa una condizione permanente dell’esistenza?
Non è soltanto il presente a diventare difficile. È il futuro a restringersi. Diventa estremamente difficile progettare, scegliere, immaginare una vita diversa. La quotidianità rischia di trasformarsi in una successione di urgenze: pagare l’affitto, arrivare alla fine del mese, affrontare una spesa imprevista.
E quando gli sforzi personali non sembrano più sufficienti a modificare la propria condizione, alla preoccupazione può aggiungersi un diffuso sentimento di impotenza.
L’impotenza può trasformarsi in rabbia, soprattutto quando si ha la sensazione che le regole del gioco siano truccate, che i sacrifici siano distribuiti in modo diseguale e che chi dovrebbe garantire un minimo di giustizia si limiti a spiegare perché non sia possibile fare diversamente.
È in questo passaggio che la sofferenza economica può assumere una dimensione psicologica e politica.
Dal risentimento alla narrazione politica autoritaria
Il risentimento, infatti, non coincide semplicemente con la rabbia. È una rabbia che si prolunga nel tempo, si alimenta del confronto con gli altri e cerca qualcuno a cui attribuire la responsabilità della propria condizione. Mentre infatti l’indignazione per un’ingiustizia può favorire l’impegno democratico; il risentimento, quando si cristallizza in una rappresentazione persecutoria del mondo, può invece favorire la ricerca di capri espiatori.
Questa esperienza può infatti trovare una narrazione politica capace di trasformare il disagio in ostilità verso un nemico facilmente riconoscibile: gli immigrati, le minoranze, gli stranieri, oppure élite rappresentate come onnipotenti e indifferenti.
La complessità dei problemi sociali viene così sostituita dalla semplicità rassicurante di una spiegazione. Se le cose vanno male, qualcuno deve esserne responsabile. E se esiste un responsabile, basterà eliminarne l’influenza per tornare a stare bene.
La promessa autoritaria offre allora qualcosa che va oltre la soluzione, spesso illusoria, dei problemi materiali. Offre un’identità collettiva, un colpevole e soprattutto la sensazione di poter recuperare il controllo sulla propria esistenza. In altre parole, promette di trasformare l’impotenza in potere.
La Repubblica di Weimar
La Germania della Repubblica di Weimar offre un esempio drammatico di questo processo. Dopo la devastante inflazione del 1923, che aveva cancellato i risparmi di molte famiglie, la grande crisi del 1929 fece precipitare nuovamente il paese nell’insicurezza economica. Nel 1932 i disoccupati erano circa sei milioni. Per milioni di persone non era soltanto il benessere presente a essere compromesso, ma la possibilità stessa di immaginare un futuro.
In questo clima di paura, frustrazione e sfiducia nelle istituzioni democratiche, il nazionalsocialismo seppe offrire una spiegazione apparentemente semplice delle difficoltà collettive, indicando negli ebrei, nei comunisti e nei presunti nemici della Germania i responsabili della crisi. Alla sensazione di impotenza contrappose la promessa di una nazione nuovamente forte, unita e padrona del proprio destino.
Il consenso al nazismo non fu però una conseguenza inevitabile della miseria. Alla crisi economica si intrecciarono il nazionalismo, l’antisemitismo già radicato nella società, la propaganda e le scelte delle élite conservatrici che favorirono l’ascesa di Hitler.
Il problema non riguarda dunque soltanto il reddito o la distribuzione della ricchezza. Riguarda anche il riconoscimento, la dignità e la possibilità di sentirsi ancora protagonisti della propria storia.
Dalla diagnosi alla cura
È proprio qui che la proposta di Isabella Weber diventa interessante. Perché, invece di limitarsi a denunciare i pericoli dell’autoritarismo, suggerisce di intervenire sulle condizioni materiali che possono favorirne l’attrattiva.
E lo fa con proposte molto concrete.
Per contenere le oscillazioni dei prezzi alimentari, per esempio, propone la costituzione di scorte pubbliche di prodotti essenziali, da acquistare nei periodi di abbondanza e utilizzare quando i prezzi salgono eccessivamente. Non si tratta di una fantasia utopistica: strumenti di questo genere sono stati impiegati, con risultati differenti, in diversi paesi.
Un’altra possibilità è intervenire direttamente sulla disponibilità e sul costo dei beni indispensabili, attraverso accordi con produttori e distributori, acquisti pubblici e strumenti mirati di stabilizzazione dei prezzi.
Per quanto riguarda la casa, i trasporti e l’assistenza sanitaria, Weber sostiene la necessità di garantire servizi accessibili, anche attraverso alternative pubbliche, soprattutto laddove il mercato non riesce a soddisfare bisogni fondamentali.
Non propone, insomma, di sostituire sistematicamente il mercato con lo Stato, ma di utilizzare gli strumenti più appropriati per risolvere problemi specifici.
Naturalmente questi interventi non sono privi di difficoltà. Controlli dei prezzi mal concepiti possono provocare scarsità, distorcere gli incentivi o richiedere risorse pubbliche considerevoli. Ma è proprio questo il punto dell’approccio pragmatico di Weber: discutere gli strumenti in base ai loro effetti concreti, anziché accettarli o respingerli per fedeltà a una dottrina.
Le disuguaglianze non sono una fatalità
Weber non è sola in questa preoccupazione.
Nel settembre scorso, oltre 1.500 economisti e accademici provenienti da più di cento paesi hanno sottoscritto un appello per sostenere l’International Panel on Inequality, un organismo internazionale dedicato allo studio delle disuguaglianze, ispirato al modello del gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico.
Tra i sostenitori figurano economisti di orientamenti differenti, tra cui Joseph Stiglitz, Daron Acemoglu, Thomas Piketty, Mariana Mazzucato e Janet Yellen.
L’iniziativa, sostenuta tra gli altri da Brasile, Sudafrica, Spagna e Norvegia, parte da una considerazione fondamentale: le disuguaglianze estreme non rappresentano una fatalità naturale, ma sono anche il risultato di scelte politiche e istituzionali. E proprio per questo possono essere contrastate.
La concentrazione della ricchezza, sottolineano i promotori, comporta anche una concentrazione del potere, capace di indebolire la fiducia nelle istituzioni e accentuare la polarizzazione politica.
C’è una differenza importante, ma anche una complementarità, tra questo appello e le proposte di Weber.
L’appello richiama l’attenzione sulla distribuzione delle risorse e del potere. Weber insiste sulla possibilità concreta di accedere ai beni indispensabili alla vita quotidiana.
Ma entrambe le prospettive convergono su un punto: una democrazia non può ignorare indefinitamente le condizioni materiali nelle quali vivono i suoi cittadini.
E in Italia?
Il 15 ottobre l’ISTAT ha comunicato che nel 2025 vivevano in Italia in condizioni di povertà assoluta circa 5,4 milioni di persone, appartenenti a oltre 2,1 milioni di famiglie. Si tratta del 9,3% della popolazione.
Il dato è sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Ma questa stabilità, più che rassicurare, dovrebbe far riflettere: significa che una condizione di grave privazione continua a interessare una parte consistente della popolazione, senza segnali significativi di miglioramento.
Il rapporto Caritas del 2026 aggiunge un particolare particolarmente significativo. Tra le persone che si rivolgono ai suoi servizi, circa una su quattro ha un’occupazione.
Il lavoro, che dovrebbe rappresentare uno dei principali strumenti di emancipazione dalla povertà, non è più necessariamente sufficiente a garantirla.
Naturalmente i dati ISTAT e quelli Caritas descrivono popolazioni differenti e non possono essere direttamente sovrapposti. Ma insieme ci ricordano che la vulnerabilità economica non riguarda soltanto chi è escluso dal mercato del lavoro. Può coinvolgere anche chi lavora, si impegna e cerca di costruire una vita autonoma.
Ed è forse proprio questa contraddizione a risultare psicologicamente più difficile da sopportare: scoprire che rispettare le regole, lavorare e assumersi le proprie responsabilità non garantisce più la possibilità di vivere dignitosamente.
Quando viene meno la fiducia nel rapporto tra impegno e risultati, non è soltanto la sicurezza economica a essere minacciata. Può incrinarsi anche quel patto implicito tra individuo e società sul quale si fonda una parte importante della convivenza democratica.
Una democrazia che sappia curare
Naturalmente sarebbe eccessivo sostenere che una maggiore sicurezza economica sia sufficiente a prevenire l’autoritarismo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare quanto l’esperienza quotidiana di insicurezza possa influenzare il rapporto con le istituzioni e con gli altri.
Una democrazia non vive soltanto di elezioni, procedure e principi costituzionali, per quanto indispensabili. Vive anche della fiducia dei cittadini nella possibilità di essere ascoltati, riconosciuti e di poter modificare le proprie condizioni attraverso strumenti democratici.
Forse il contributo più interessante di Weber consiste proprio nel ricordarci che la difesa della democrazia non può limitarsi a denunciare i suoi nemici. Deve anche occuparsi delle ragioni per cui una parte dei cittadini smette di riconoscersi in essa.
C’è una differenza sostanziale tra una politica che chiede alle persone di sopportare pazientemente il dolore, spiegando loro che non esistono alternative, e una politica che dimostra di poter intervenire sulle sue cause.
La prima rischia di alimentare l’impotenza. La seconda può contribuire a restituire fiducia.
E forse è proprio la fiducia nella possibilità di cambiare le cose, più ancora della soddisfazione per i risultati già ottenuti, uno degli antidoti psicologici più importanti contro la seduzione autoritaria.
Mentalizzazione e fiducia epistemica
E qui entra in gioco anche la mentalizzazione, la capacità di comprendere il comportamento proprio e altrui alla luce di pensieri, emozioni, desideri e intenzioni. Una capacità che, nelle relazioni umane, favorisce lo sviluppo di quella che Peter Fonagy e i suoi collaboratori chiamano fiducia epistemica: la disponibilità a considerare le informazioni provenienti dagli altri come attendibili, significative e utili per orientarsi nel mondo.
Quando le persone non si sentono più ascoltate, comprese o riconosciute, questa fiducia può incrinarsi. Le parole delle istituzioni rischiano allora di essere percepite come vuote, ingannevoli o estranee alla propria esperienza. E chi offre spiegazioni semplici e certezze assolute può apparire paradossalmente più credibile di chi invita a confrontarsi con la complessità.
La fiducia epistemica non si ricostruisce, tuttavia, soltanto con parole rassicuranti. Richiede l’esperienza concreta di essere presi sul serio e di poter contare su interlocutori credibili.
Forse è anche questa una lezione che la politica potrebbe imparare dalla mentalizzazione: per essere creduti bisogna prima dimostrare di saper ascoltare. E per restituire fiducia nella democrazia non basta spiegare ai cittadini perché dovrebbero averne. Occorre offrire loro ragioni concrete per farlo.
PS Chissà che anche il campo largo, con il contributo della Weber, possa diventare campo concreto!