Dalla Francia alla Serbia, dal Portogallo all’Italia, l’autunno europeo è attraversato da una serie di proteste che vedono protagonisti soprattutto i giovani. Studenti che contestano il deterioramento delle scuole (Francia), ragazzi che chiedono il diritto a permettersi un’abitazione a prezzi accettabili (Spagna e Portogallo), manifestanti che denunciano la corruzione (Serbia), l‘asservimento ai potenti a spese dell’ambiente (Albania), la precarietà del lavoro, il costo della vita e l’assenza di prospettive (Italia e Grecia).
Le ragioni sono diverse nelle diverse nazioni, come osserva Alberto Alemanno in un recente articolo sul Guardian e sarebbe sbagliato immaginare un’unica rivolta giovanile europea, organizzata e coordinata. Eppure, dietro questa varietà di motivazioni sembra emergere una preoccupazione comune: la sensazione che le istituzioni democratiche non siano più capaci di offrire ai giovani un futuro credibile.
Il venir meno di una promessa
Secondo uno studio della TUI Foundation, il 52% dei giovani europei intervistati ritiene che vivrà peggio dei propri genitori, mentre soltanto il 25% si aspetta di vivere meglio.
Non si tratta semplicemente di pessimismo. È la messa in discussione di una promessa che ha accompagnato per decenni lo sviluppo delle società europee: quella secondo cui studiare, lavorare, impegnarsi avrebbe consentito di migliorare la propria condizione.
Mario Draghi, intervenendo proprio in questi giorni sulle proteste, ha osservato che „i giovani percepiscano le dinamiche sociali come bloccate: fanno fatica a trovare un lavoro e si sentono impreparati di fronte a una società che sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima” ed ha aggiunto “la maggior parte delle persone nel mondo desidera una crescita accompagnata da giustizia sociale. Per i giovani, questo si traduce in giustizia sociale intergenerazionale; quando la crescita viene a mancare, diventa estremamente difficile garantirla. Ciò genera ansia”.
Il problema non è soltanto economico.
Se anche l‘ex banchiere centrale europeo per eccellenza prende a prestito il linguaggio psicologico-psichiatrico vale la pena di riflettere sulle sue parole. Per un giovane, il futuro è lo spazio nel quale immaginare la propria vita, progettare, desiderare, costruire un’identità. Quando questo spazio si restringe, non vengono meno soltanto le opportunità materiali. Può incrinarsi anche la fiducia nella possibilità di incidere sulla propria esistenza.
Nel mio precedente articolo, Il mal di denti della democrazia, riprendendo le riflessioni dell’economista Isabella Weber, avevo cercato di mostrare come l’insicurezza economica possa alimentare sentimenti di impotenza, frustrazione e risentimento, rendendo più attraenti le promesse autoritarie.
Le manifestazioni di queste settimane suggeriscono tuttavia un’altra possibilità.
Rabbia e democrazia
La rabbia non conduce sempre al risentimento, così come la protesta non rappresenta necessariamente un rifiuto della democrazia. Può esprimere, al contrario, la richiesta che le istituzioni democratiche mantengano le loro promesse. Chi manifesta per una scuola migliore, per una casa accessibile o contro la corruzione non sta contestando la democrazia. Sta piuttosto chiedendo che essa funzioni.
Il problema della violenza
Naturalmente le violenze che hanno accompagnato alcune manifestazioni, dalla Francia all’Italia, non possono essere ignorate né giustificate. Chi distrugge, saccheggia o aggredisce deve rispondere delle proprie azioni.
Ma comprendere le ragioni di un comportamento non significa assolverlo. E riconoscere la responsabilità di un adolescente non significa ridurlo al reato che ha commesso.
È proprio qui che diventa importante distinguere tra una risposta esclusivamente repressiva e una giustizia capace anche di educare, responsabilizzare e riparare. La giustizia riparativa, quando ne esistano le condizioni, può offrire la possibilità di confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni, riconoscere il danno arrecato e assumersene la responsabilità.
Una prospettiva assai diversa da quella evocata dal ministro Nordio, che di fronte agli arresti dei minorenni coinvolti nei disordini ha proposto di ampliare la capienza delle carceri giovanili, arrivando a addirittura a ipotizzare l’utilizzo di sezioni degli istituti penitenziari per adulti.
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la risposta giudiziaria.
Se la violenza diviene l‘unica chiave interpretativa
Come osserva ancora Alemanno, la violenza rischia di occupare l’intera scena mediatica, cancellando le ragioni della protesta. Le immagini di edifici incendiati, vetrine distrutte e scontri con la polizia diventano allora la rappresentazione di un’intera generazione.
E soprattutto diventano materiale per interpretazioni politiche contrapposte ma parimenti distorte.
Per la destra radicale, affiancata anche da Presidenti quali Trump e potenti quali Musk, i disordini dimostrerebbero il fallimento delle società aperte, attribuito all’immigrazione e alla perdita di controllo dei confini. Per la sinistra più radicale, rappresenterebbero invece la prova che le istituzioni democratiche sono irriformabili e che soltanto una rottura rivoluzionaria potrebbe produrre un cambiamento.
Interpretazioni opposte, che rischiano tuttavia di convergere nel rappresentare l’Europa come un continente ingovernabile.
In entrambi i casi, le richieste concrete dei giovani finiscono per scomparire dietro una narrazione ideologica distorsiva, che fa comodo sia al potere che all‘opposizione. Il malessere evidenziato dalle proteste può così venir facilmente cancellato o manipolato e i giovani messi a tacere.
Mentalizzare per cercare di capire
È qui che la mentalizzazione può offrire una prospettiva diversa.
Mentalizzare significa cercare di comprendere il comportamento proprio e altrui alla luce degli stati mentali che possono motivarlo: desideri, emozioni, paure, aspettative, intenzioni. Non significa affatto approvare ogni comportamento, ma rinunciare alla pretesa di conoscerne immediatamente e definitivamente il significato.
Quando la tensione emotiva aumenta, la capacità di comprendere gli altri e gli avvenimenti può indebolirsi. L’altro diventa soltanto un nemico, le sue intenzioni appaiono evidenti e ostili, la complessità lascia il posto a spiegazioni semplici e rassicuranti. Ma sarebbe un errore attribuire questa difficoltà soltanto ai giovani che protestano.
Anche le istituzioni possono smettere di mentalizzare.
Accade quando un governo vede nei manifestanti soltanto un problema di ordine pubblico, quando un commentatore attribuisce ogni protesta all’immigrazione, oppure quando un militante considera ogni gesto violento la prova di una rivoluzione imminente.
In tutti questi casi, l’altro smette di essere un interlocutore del quale cercare di comprendere le ragioni e diventa il personaggio di una storia già scritta.
La mentalizzazione non sostituisce naturalmente le decisioni politiche. Non costruisce abitazioni, non finanzia scuole, non crea posti di lavoro. Ma può contribuire a creare le condizioni perché i conflitti vengano riconosciuti, discussi e affrontati senza essere immediatamente trasformati in scontri tra identità inconciliabili.
E soprattutto richiama una responsabilità spesso trascurata: quella di chi detiene il potere di ascoltare e cercare di comprendere coloro che dalle sue decisioni dipendono.
Nella prospettiva della fiducia epistemica, sviluppata da Peter Fonagy e dai suoi collaboratori, la disponibilità a riconoscere come attendibili le informazioni che provengono dagli altri dipende anche dall’esperienza di essere riconosciuti come persone, con una propria mente e un proprio punto di vista.
Quando questa esperienza viene meno, le parole delle istituzioni rischiano di perdere credibilità. Non necessariamente perché siano false, ma perché provengono da interlocutori che non sembrano più interessati a comprendere chi hanno davanti perché credono di saperlo già e di dover trovare solo le soluzioni per far tornare l’ordine.
Opportunità di rinnovamento democratico
Le proteste giovanili europee possono dunque rappresentare un pericolo solo se la rabbia viene catturata da narrazioni autoritarie o si trasforma in violenza. Ma costituiscono in primo luogo un’opportunità di rinnovamento democratico.
Dopotutto, chi scende in piazza per chiedere qualcosa alle istituzioni mostra di ritenere ancora possibile ottenere una risposta.
Il segnale più preoccupante non sarebbe la protesta dei giovani, ma il loro silenzio! Non la rabbia di chi chiede di essere ascoltato, ma la rassegnazione di chi ha smesso di credere che valga la pena farlo.
La sfida per le democrazie europee non consiste nel ristabilire l’ordine nelle piazze. Consiste nel dimostrare che esiste ancora una relazione tra le richieste dei cittadini e la capacità della politica di cambiare le cose. Perché una democrazia che non sa ascoltare rischia, prima o poi, di non avere più nessuno disposto a parlarle, preso dal proprio risentimento o dalla propria rassegnazione.
Suggerimento musicale: People Have the Power – Patti Smith (1988)