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Paura della libertà digitale

Capisco poco e niente di economia e finanza, il ché non impedisce al mondo di procedere nel suo accidentato corso ma impedisce a me di capirne aspetti importanti. Sono dunque grato a economisti e bravi giornalisti per avermi dato la possibilità di farmi un’opinione sul MES così come su tante altre questioni. La mia difficoltà è riconducibile da un lato alla mia resistenza ai concetti matematici e dall‘altra alla conseguente mia tendenza ad evitarli il ché porta ad un circolo vizioso tale per cui la mia „ansia“ della matematica e della finanza viene rafforzata a discapito della mia conoscenza. Fuggo, liberamente, da una responsabilità che amplierebbe la mia libertà.
Se però qualcuno mi prende per mano e mi guida tra sentieri matematico-finanziari che a me appaiono impervi, riesco a percorrerli o almeno mi illudo di farlo. Niente di nuovo. È per certi versi la la stessa storia dello schiavo privo di cultura che però, aiutato da Socrate in un processo (maieutico), è in grado di capire il teorema di Pitagora. Anch‘io aiutato da bravi giornalisti e dalle fonti argomentate che essi citano, capisco o mi illudo di capire il MES.

Eppure gli schiavi sono stati liberati da tempo e tutti noi dovremmo esserci liberati e liberarci tutti i giorni dallo stato di minorità, laddove

„Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro „

Immanuel Kant da Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?

Dovrei dunque abbandonare le guide matematico-finanziarie in cui ho appena confidato e avere il coraggio („sapere aude“) di procedere da solo alla scoperta del MES e di tante altre realtà matematiche e finanziarie?

L‘Enciclopedia è stato il grande sogno illuminista dell‘accesso diretto al sapere laico, come, per certi versi, secoli prima, la riforma protestante aveva rivoluzionato il sistema di potere ecclesiastico consentendo di accostarsi direttamente, senza la mediazione della Chiesa, ai libri (sacri), la Bibbia appunto, (τὰ βιβλία, «i libri»). Come sia andata lo sappiamo tutti. L‘illuminismo ha costituito uno straordinario balzo in avanti per l’umanità ma con l’Enciclopedia non si è certo realizzato l’auspicato accesso universale al sapere.

Uno degli straordinari meriti di Internet è stato ed è quello di consentire a tutti un accesso illimitato alle fonti stesse del sapere, senza necessità di mediazione, né dei clerici né degli intellettuali laici. Chiunque può consultare Aristotele, Averroè, Einstein, Eco, l‘Upanisad, la Cabala, le formule alchemiche, il Kamasutra, conoscere le più recenti scoperte astronomiche, vedere i templi giapponesi, le rovine Inca, la Cappella Sistina. Con il digitale la cultura è stata messa in rete, il sapere è diventato attivo e partecipativo.

„La conoscenza è oggi una proprietà della rete, e la rete abbraccia le imprese, i governi, i media, i musei, le collezioni private e le menti che comunicano tra loro. „ (Weinberger, La stanza intelligente).

Lo stesso Weinberger d’altro canto riconosce che „viviamo allo stesso tempo una crisi e un’esaltazione epocale della conoscenza.“

Negli ultimi anni gli aspetti negativi di questa crisi sono divenuti sempre più evidenti e sono stati sempre più evidenziati da una critica radicale, con contorni spesso reazionari, alla cultura digitale.

Come riconosce lo stesso Weinberger nel testo citato
„Internet è [anche] un calderone di voci, dicerie e menzogne fuori controllo. Frantuma la nostra attenzione; segna la fine del pensiero riflessivo e bisognoso di una “forma lunga”.

Già nel 1996 Floridi in un preveggente articolo
ipotizzava che “ massive disinformation will be possible via the Internet”

Con la consueta lucidità fondava la sua ipotesi da un lato sulla constatazione delle possibili forme di disinformazione

Disinformation arises whenever the process of information is defective. This can happen
because of:

a) a lack of objectivity, as in the case of propaganda [4];
b) a lack of completeness, as in a case of damnatio memoriae;
c) a lack of pluralism, as in the case of censorship

Dall’altra verificava la sua ipotesi sulla base dell’analisi della dinamica tra fonti e destinatari del processo di informazione

“A system of information management and communication can generate
disinformation with increasing efficiency the more the following three conditions are
satisfied:
a.1) if there occurs a dichotomy between the sender, who possesses and provides the
information, and the receiver, who lacks it. Note that, given this gap, disinformation is
easier the more authoritative[9] and influential its source and the more naive the
population it targets;
a.2) the easier it is, on the side of the sender, to censor (that is to cast out and suppress)
other sources of de-disinformation (denials, corrigenda and addenda), as quietly as
possible, so that the very process of censorship does not become a matter of information
itself;
a.3) the more difficult it is, on the side of the receiver, to control the level of objectivity,
completeness and pluralism of the information.

È sotto gli occhi di tutti che le condizioni prese in esame da Floridi si sono ampiamente verificate nella nostra attuale società digitale rendendo dunque realtà l’ipotizzato pericolo di disinformazione tramite Internet, il ché peraltro non sminuisce affatto gli straordinari meriti di Internet e del digitale. Il digitale non è infatti il nuovo paradiso terrestre e più siamo in grado di riconoscerne i limiti, meglio possiamo godere dei suoi vantaggi.

Credo anzi vi siano pericoli di disinformazione, se possibile ancora più insidiosi di quelli elencati prima in quanto derivanti dai destinatari dell’informazione, cioè da noi stessi.

Illusione. Il più che comprensibile desiderio di conoscenza, a maggior ragione se precedentemente impedito da condizioni sfavorevoli, genera talvolta
una bulimia del sapere che può ridursi a mera illusione di conoscenza. Leggere titoli, scorrere articoli, partecipare a convegni, acquistare (forse) libri nutre l’illusoria speranza di sapere. Gli antichi slogan si sono trasformati in tweet, concetti astratti (Storytelling, digitalizzazione, Green Economy) frasi ad effetto, ma rimangono formule retoriche dietro le quali nascondiamo a noi e agli altri il vuoto della nostra conoscenza.

Scissione. Così come i nostri progenitori dividevano il mondo in amici e nemici, buoni e cattivi, continuiamo anche noi la scissione sotto altre categorie, quelle dell’analogico o del digitale, dei Mass media e New media, reale e virtuale, etc. Che sia il vecchio mondo analogico ad essere rassicuratoriamente buono o quello digitale ad essere innovativo e di per sé perfetto non fa troppa differenza. La scissione semplifica e tranquillizza, impedisce però di capire la complessità dell’onlife. Applicata alle persone, la scissione impedisce di comprendere noi stessi. Se, con un‘ inconscia identificazione proiettiva, attribuiamo agli altri tutti i difetti da cui vogliamo preservare noi stessi, ne otteniamo un’iniziale rassicurazione, salvo poi precluderci ogni possibilità di comprensione delle nostre dinamiche.  Non vediamo la sete di potere, piacere, compiacere, condannare che è in noi e la attribuiamo all’altri, ritenendoli incapaci di capire, sentire, partecipare, innovare. “Internet è una giungla, i social una fogna”. In realtà noi siamo i nostri social. Il nostro uso dei SN, di Internet, del digitale è, banalmente, lo specchio di noi stessi. E rivela se siamo in grado di dialogare con le molteplici parti di noi stessi e della realtà e dunque con gli altri. Oppure se, nell’angosciante tentativo di proteggere la nostra fragile identità, interagiamo con gli altri solo per far gruppo con i simili, per combattere i nostri rivali o per umiliarli attraverso la gogna mediatica.

Fuga dalla libertà. Nonostante, anzi proprio perché, abbiamo a disposizione un nuovo continente tutto intero, quello digitale, da esplorare, abbiamo paura a percorrere nuovi sentieri e ci mettiamo in “carovana” con gli altri. Le piattaforme l’hanno da tempo capito e ci forniscono percorsi attrezzati in cui possiamo condividere con altri migranti digitali informazioni e soprattutto emozioni, paura (repressa), rabbia (espressa, tanta), gioia (poca). È in realtà un’occasione unica per uno scambio di dati, contenuti, vissuti che hanno uno straordinario potenziale trasformativo.  Quando riusciamo a fare rete con questa modalità partecipativa, aperta, costruttiva, il risultato è straordinario. Spesso tuttavia, presi dalla paura, ci rifugiamo in un superficiale conformismo o in un protagonismo narcisistico che ne è solo l’altra faccia. Vale spesso anche per noi, migranti digitali, quello che già osservava Fromm quasi 80 anni or sono nella sua Fuga dalla libertà. Per eliminare il vuoto che si frappone tra noi e il mondo digitale e la paura che ne deriva, anziché tentare la strada della partecipazione trasformativa – che Fromm non conosceva- scegliamo il sentiero da lui già indicato  del “conformismo ossessivo”. Adattandoci al ruolo che ci viene richiesto, non percepiamo la paura della solitudine e dell’impotenza. Divenendo però solo riflesso delle aspettative altrui, maschera social, siamo ossessionati dal dubbio di aver tradito e perso noi stessi e ci sentiamo deboli ed inferiori.

La libertà diviene così un insopportabile fardello dal quale scappiamo verso forme di sottomissione o comunque di dipendenza (dai social media, dall’approvazione degli altri utenti, dal consenso, etc.) È proprio questa relazione di dipendenza che “promette sollievo dall’incertezza anche se priva l’individuo della sua libertà” (Erich Fromm, Fuga dalla libertà, 1941).
Serve comunque un manuale o meglio un incontro per imparare da soli? (continua)

Immagine: Tradurre i geroglifici. Manuale per imparare da soli. Giunti editore