Big Tech, genitori e figli: due notizie che raccontano la stessa storia
Due articoli pubblicati dal Guardian a distanza di ventiquattro ore sembrano parlare di temi completamente diversi.
Il primo riguarda Meta. La Commissione europea accusa l’azienda di non aver affrontato adeguatamente i rischi per la salute mentale derivanti dal cosiddetto addictive design: lo scorrimento infinito, l’autoplay, i reel, gli algoritmi di raccomandazione e tutte quelle soluzioni progettate per prolungare il più possibile la permanenza degli utenti sulla piattaforma.
Il secondo articolo racconta invece una ricerca su seicento adolescenti statunitensi. I risultati mostrano che quando i ragazzi percepiscono il genitore frequentemente assorbito dallo smartphone e meno disponibile nei loro confronti, riferiscono più spesso caratteristiche di un attaccamento insicuro, sia ansioso sia evitante.
A prima vista sembrano due storie differenti.
In realtà raccontano la stessa storia osservata da due prospettive diverse.
La responsabilità delle piattaforme
Nel primo caso la questione è eminentemente politica.
La Commissione europea non contesta semplicemente alcuni contenuti problematici o un uso eccessivo da parte degli utenti. Contesta il progetto stesso di una tecnologia costruita per trasformare l’attenzione nella principale materia prima del proprio modello economico.
È un passaggio importante.
Per anni abbiamo discusso se i social fossero o meno come le sigarette. È probabilmente una metafora sbagliata. I social non sono una sostanza tossica da cui astenersi completamente. Hanno aperto possibilità straordinarie di comunicazione, conoscenza, creatività e partecipazione.
Il problema non è la loro esistenza. Il problema è il modo in cui sono stati progettati.
Non per favorire l’incontro, ma per massimizzare il tempo trascorso al loro interno. Non per sostenere l’attenzione, ma per catturarla.
In questo senso la responsabilità delle Big Tech appare sempre più difficile da negare.
La loro straordinaria capacità tecnologica è stata impiegata soprattutto per ottimizzare un unico obiettivo: trasformare ogni secondo della nostra attenzione in valore economico.
Dalla cattura alla colonizzazione
Forse la metafora più adeguata non è quella della dipendenza.
È quella della colonizzazione. Una colonia non elimina il territorio che conquista. Lo riorganizza secondo interessi che non appartengono più a chi lo abita.
Qualcosa di simile sembra accadere oggi alla nostra attenzione. L’attenzione è lo spazio nel quale nascono il pensiero, l’immaginazione, la memoria, la capacità di aspettare, di riflettere e di comprendere gli stati mentali degli altri. È, in fondo, il luogo della mentalizzazione.
Le piattaforme non si limitano a occupare una parte del nostro tempo. Tendono progressivamente a riorganizzare il funzionamento stesso dell’attenzione, privilegiando velocità, ricompensa immediata, novità continua e interruzione permanente. Non conquistano soltanto minuti. Colonizzano un territorio mentale, rendendo più facile l‘automatismo e più difficile la riflessione.
Quando la colonizzazione entra in casa
È qui che il secondo articolo del Guardian diventa particolarmente interessante.
Lo studio non dimostra che gli smartphone dei genitori provochino automaticamente un attaccamento insicuro nei figli.
Gli stessi autori sono prudenti e parlano correttamente di un’associazione, non di una relazione causale.
Ma il dato suggerisce qualcosa di importante. La colonizzazione dell’attenzione non riguarda soltanto i ragazzi. Comincia molto prima, dagli adulti.
Prima ancora di ricevere il proprio smartphone, un bambino osserva il rapporto che i genitori hanno con il loro. Osserva quanto rapidamente una notifica interrompa una conversazione. Quanto facilmente uno sguardo si abbassi verso lo schermo. Quanto spesso una presenza fisica coincida con un’assenza psicologica.
Lo smartphone diventa così un terzo interlocutore stabile della relazione familiare.
Non perché i genitori siano negligenti. Ma perché anche loro vivono immersi nello stesso ambiente progettato per catturare la loro attenzione.
La rottura non è il problema
A questo punto è importante evitare un equivoco.
Nessun genitore potrebbe essere sempre presente. Nessun terapeuta potrebbe esserlo. Nessun essere umano lo è.
La psicologia dello sviluppo e la psicoterapia ci insegnano da tempo qualcosa di diverso.
Edward Tronick ha mostrato come le interruzioni della sintonia tra madre e bambino siano continue e inevitabili.
Jeremy Safran e Christopher Muran hanno descritto la stessa dinamica nella psicoterapia.
La relazione vive di continue rotture e continue riparazioni. La fiducia non nasce dall’assenza delle rotture. Nasce dalla possibilità di riconoscerle e di ripararle. Questo cambia profondamente il modo di guardare anche agli smartphone.
Il problema non è che interrompano la relazione. Ogni relazione viene continuamente interrotta.
Il problema nasce quando rendono sempre più difficile accorgersi dell’interruzione e ritornare davvero dall’altro.
Quando la nostra attenzione rimane altrove anche dopo aver rialzato gli occhi.
Cercare nello schermo ciò che manca nella relazione
Nei miei precedenti articoli avevo proposto un’ipotesi.
Molti adolescenti non cercano nello smartphone soltanto informazioni o intrattenimento.
Cercano presenza. Una conferma. Una risposta. Qualcuno che sembri esserci. La ricerca pubblicata in questi giorni aggiunge un elemento ulteriore.
Forse ciò che il ragazzo cerca nello schermo è anche ciò che ha sperimentato come intermittente nella relazione con gli adulti.
Lo smartphone offre una presenza continua ma mai definitiva. Risponde sempre, senza mai concludere davvero la ricerca.
Ogni notifica promette una soddisfazione che immediatamente riapre un’altra attesa.
Se il genitore, catturato dallo stesso dispositivo, appare anch’egli presente e assente nello stesso tempo, il circuito rischia di chiudersi.
Le piattaforme catturano l’attenzione degli adulti. Gli adulti diventano meno disponibili. I ragazzi cercano nello stesso dispositivo quella presenza che sentono mancare.
E le piattaforme catturano anche loro. Non è una catena causale semplice. È un circuito relazionale.
Due responsabilità diverse
Sarebbe però a mio avviso un grave errore trasformare tutto questo in un processo ai genitori.Le responsabilità non sono simmetriche.
Una multinazionale dispone di migliaia di ingegneri, miliardi di dati e sofisticati strumenti sperimentali per comprendere e orientare il comportamento umano.
Una madre o un padre cercano di vivere la propria giornata all’interno di un ambiente progettato proprio per rendere difficile sottrarsi alle continue richieste di attenzione.
La responsabilità educativa degli adulti esiste. Ma non può diventare un alibi per quella industriale delle piattaforme.
Trasparenza fuori, presenza dentro
Avevo concluso un precedente articolo con una formula che continuo a ritenere valida.
Trasparenza fuori.
Mentalizzazione dentro.
Fuori servono regole, responsabilità, trasparenza degli algoritmi e limiti a un modello economico che trasforma l’attenzione umana in merce.
Dentro occorre recuperare la capacità di accorgerci quando la relazione si interrompe. Di tornare. Di riparare.
Forse non riusciremo mai a impedire che una notifica interrompa una conversazione.
Possiamo però scegliere che quella notifica non abbia l’ultima parola.
Perché ciò che costruisce davvero la sicurezza di un bambino, la fiducia di un paziente e, probabilmente, anche la qualità della nostra vita digitale, non è una relazione senza interruzioni.
È la certezza che, dopo ogni inevitabile allontanamento, qualcuno sarà ancora capace di tornare.
E forse è proprio qui che si gioca oggi la sfida più importante. Non difendere semplicemente il nostro tempo.
Difendere il territorio della nostra attenzione, perché è lì che prendono forma il pensiero, la libertà e la possibilità stessa dell’incontro con l’altro.