Il corpo che verrà. Vittorio Gallese e il Sé nell’età digitale

Un libro vissuto

Ci sono libri studiati, libri scritti e, più raramente, libri vissuti.
Il Sé digitale di Vittorio Gallese mi sembra appartenere a quest’ultima categoria. Non “vissuto” nel senso autobiografico del termine, ma nel senso più letterale e forse più antico del patire: si avverte, pagina dopo pagina, quanto l’autore abbia partecipato alle domande che pone, quanto abbia attraversato personalmente le tensioni teoriche che descrive, quanto non si limiti a osservare dall’esterno il mondo digitale ma cerchi di capire che cosa esso stia facendo anche a noi, ai nostri corpi, alle nostre relazioni, al nostro modo di sentire.
Non è un dettaglio, considerando chi scrive.

L‘autore 


Gallese è uno dei neuroscienziati di maggiore rilievo internazionale, membro del gruppo di Parma che nei primi anni Novanta individuò i neuroni specchio, e da decenni lavora sui rapporti tra sistema motorio, intersoggettività, simulazione incarnata ed esperienza estetica. Nel 2013 la Società Psicoanalitica Italiana gli ha assegnato il Premio Cesare Musatti; il suo lavoro ha inoltre attraversato esplicitamente il dialogo tra neuroscienze e psicoanalisi ben prima che diventasse consueto parlare di interdisciplinarità.
Ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo una sola volta, molti anni fa. Mi rimase impressa una differenza quasi fisicamente percepibile. Mentre un docente di psichiatria sembrava affidare la propria comprensione della sofferenza psichica soprattutto alla solidità rassicurante di interviste strutturate e semistrutturate, Gallese si muoveva con naturalezza dalle più sofisticate acquisizioni neuroscientifiche alla fenomenologia, dalla neurofisiologia alla filosofia della mente, come se non stesse cambiando disciplina ma semplicemente osservando lo stesso problema da un’altra angolatura. Si percepiva la familiarità con ambiti diversi che sono inseparabili per capire noi umani non come cose ma come persone dotate di sensi e di senso.

L‘apertura come dimensione fondante


Quella stessa apertura attraversa Il Sé digitale, che deliberatamente mette in comunicazione neuroscienze, filosofia, estetica e teoria dei media per ripensare il Sé come realtà incarnata, relazionale e tecnologicamente modulata. E qui alle scienze si aggiunge l’arte: cinema, pittura, immagini, letteratura non compaiono come decorazioni colte, ma come altrettanti laboratori nei quali verificare come il corpo costruisca significato e come il mondo, prima ancora di essere pensato, venga sentito, perché „quando guardiamo le tracce dei gesti artistici, il nostro sistema motorio le simula, come se stessimo noi stessi compiendo quei gesti“.


Il corpo non porta la mente: la rende possibile


Il punto di partenza del libro è insieme semplice e radicale: noi non abbiamo semplicemente un corpo. Siamo un corpo, siamo corporei nel nostro modo stesso di avere un mondo, anzi „il corpo è il veicolo dell’essere al mondo“ e ancora „la corporeità è il primo mezzo narrativo: il racconto non nasce con la parola, ma con il corpo in relazione“.

Il corpo di Gallese non è il contenitore biologico della mente né la periferia esecutiva di un cervello sovrano. Sente, agisce, anticipa, risuona. È contemporaneamente organismo e apertura, confine e interfaccia. La soggettività nasce dalla dinamica cervello-corpo-ambiente, non da un cervello chiuso nella scatola cranica che costruisce rappresentazioni di una realtà esterna. „La mente non è contenuta nel cranio, ma si estende attraverso gli strumenti, i linguaggi, le immagini, i dispositivi.“

La simulazione incarnata 


Qui ritroviamo il nucleo della lunga ricerca di Gallese sulla simulazione incarnata: l’altro non viene inizialmente compreso attraverso una specie di deduzione teorica – vedo un gesto, formulo un’ipotesi, gli attribuisco uno stato mentale – ma viene prima di tutto incontrato corporalmente. Azioni, espressioni ed emozioni risuonano in noi prima ancora di essere concettualizzate. Il lavoro di Gallese ha sviluppato questa prospettiva dalla scoperta dei neuroni specchio verso una concezione più ampia della cognizione sociale e dell’intersoggettività.
È qui che il libro compie una scelta filosofica decisiva. Contro l’idea della mente come calcolo disincarnato, Gallese insiste su una cognizione situata, affettiva, relazionale.
Il corpo non è ciò che impedisce al pensiero di essere puro. È ciò senza cui non vi sarebbe pensiero umano.„Il Sé è un processo dinamico, relazionale, corporeo: si costruisce attraverso le pratiche, gli ambienti e le tecnologie che ne modulano l’esperienza“

Non ci stiamo disincarnando


Ciò vale anche quando entriamo nel digitale. È forse il primo luogo comune che Il Sé digitale mette radicalmente in discussione. Da anni diciamo che smartphone, social network e realtà virtuali ci “disincarnano”. Gallese propone una tesi più sottile: il digitale non cancella il corpo. Lo riconfigura. „Lungi dall’essere una negazione del corpo, il digitale è oggi uno dei principali operatori della sua riconfigurazione.“
Anche il dito che scorre uno schermo, l’occhio che segue un feed, il corpo che reagisce a una notifica, l’eccitazione provocata da un messaggio sono esperienza incarnata. Il touchscreen può diventare una sorta di schermo-pelle, una membrana attraverso la quale continuiamo a entrare in relazione con il mondo. È un concetto che trovo particolarmente felice perché sottrae lo schermo alla vecchia opposizione tra corpo e tecnologia. Lo schermo non è più soltanto una finestra che ci separa dal mondo, ma una membrana attraverso cui continuiamo a toccarlo e ad esserne toccati.
Il problema, dunque, non è che il corpo sparisca. È quale corpo venga prodotto.

Un discorso anche politico 


Ed è qui che il discorso diventa politico.
Le tecnologie da una parte hanno sempre fatto parte di noi – „la tecnologia è co-originaria rispetto all’umano: non viene dopo, ma è parte integrante della nostra ontogenesi e filogenesi“ – ma dall’altra non sono semplici strumenti neutrali attraverso i quali guardiamo una realtà già data. Organizzano ciò che può apparire, ciò che conquista la nostra attenzione, ciò che viene reso desiderabile. Il digitale diventa un ambiente; e abitare un ambiente significa anche esserne abitati. Un feed non ci mostra semplicemente il mondo. Ne predispone una versione.


Quando l’altro non resiste


Con l’intelligenza artificiale relazionale il problema compie un ulteriore salto.
Non abbiamo più soltanto un altro essere umano mediato da uno schermo. Abbiamo un’entità non umana che si presenta nella forma dell’altro: ci risponde, ricorda ciò che abbiamo detto, adatta il tono, sembra riconoscerci, talvolta ci consola.
Gallese coglie bene l’ambiguità fondamentale.
Non occorre credere che una IA sia cosciente perché la relazione con essa provochi emozioni reali. È sufficiente che noi la trattiamo come un altro. Il nostro organismo non attende di avere risolto il problema ontologico della coscienza artificiale prima di emozionarsi. L’esperienza dell’utente è reale anche quando l’interlocutore non possiede esperienza.
Ma proprio qui emerge il problema.

„Il compagno IA – sostiene Gallese – non è un soggetto incarnato: è un simulacro relazionale“, costruito per rispondere, non per esistere. Non ha una biografia propria che possa sottrarsi alla nostra. Non ha desideri che entrino realmente in conflitto con i nostri. Non possiede la vulnerabilità di chi può perdere qualcosa nella relazione.
Soprattutto, non resiste. Un buon companion digitale può essere disponibile sempre, paziente sempre, comprensivo sempre. Può imparare a conoscerci sempre meglio e ridurre progressivamente la distanza tra ciò che desideriamo ricevere e ciò che ci restituisce. È l’antico sogno di una relazione senza attrito. Ma è davvero una relazione?

La scomparsa della rottura


Qui mi sembra possibile far dialogare Gallese con un altro filone, apparentemente lontano: quello della psicoterapia relazionale e del lavoro di Jeremy Safran e Christopher Muran sulle rupture and repair.
Ogni relazione umana sufficientemente significativa si rompe. Ci fraintendiamo. Deludiamo. Ci difendiamo. Ci ritiriamo. Pretendiamo troppo. Non vediamo l’altro o non ci sentiamo visti. La rottura non è l’incidente patologico di una relazione fisiologica. È parte della relazione. La possibilità trasformativa nasce semmai dalla riparazione: dal riconoscere ciò che è accaduto, tollerare che l’altro non coincida con noi, ritrovare una forma nuova di incontro.
Da questo punto di vista, il rischio delle relazioni artificiali non sarebbe soltanto quello di offrire un’empatia falsa. Potrebbero offrire qualcosa di ancora più seducente: una relazione senza vera rottura. Ma se eliminiamo la rottura, eliminiamo anche la possibilità della riparazione.
Una relazione programmata per adattarsi potrebbe così diventare sempre meno trasformativa proprio perché troppo efficiente nel ridurre la differenza.
Forse ciò che rende umana una relazione non è la perfezione del riconoscimento, ma la possibilità di sopravvivere al mancato riconoscimento e ripararlo.

Mentalizzare non significa essere sempre compresi


Un secondo dialogo possibile è quello con la teoria della mentalizzazione.
A prima vista, simulazione incarnata e mentalizzazione sembrano descrivere due livelli diversi. Gallese insiste sulla comprensione preriflessiva e corporea dell’altro; Fonagy e la tradizione della mentalizzazione sulla capacità di interpretare comportamenti propri e altrui in termini di stati mentali.
Forse descrivono però due momenti della stessa apertura all’altro: prima risuono, poi posso interrogarmi su ciò che quella risonanza significa. Ma proprio la mentalizzazione introduce un elemento prezioso nella discussione sull’IA: la buona comprensione dell’altro non coincide mai con la certezza di conoscerlo. Mentalizzare significa conservare uno spazio di non-sapere. “Penso che tu possa sentirti così, ma potrei sbagliarmi.” E dal dialogo che può derivare dall’equivoco o dalla mancata comprensione, scaturisce spesso la possibilità di conoscere meglio l’altro e anche noi stessi, dall’interno e dall’esterno.

La fiaba di Re Ofioch 

Mi torna in mente la fiaba di re Ophioch e della regina Liris incastonata nella Principessa Brambilla di E.T.A. Hoffmann. Davanti alla superficie della fonte incantata – Il velo sacro, lo specchio d’acqua, il cristallo – scrive non a caso Gallese – sono esempi di superfici che separano e al tempo stesso mettono in relazione mondi distinti – cui approdano i protagonisti, il re che era sempre triste e la regina che rideva sempre, il problema non è soltanto riconoscere la propria immagine, ma riuscire a vedersi in una forma nuova, contemporaneamente da dentro e da fuori. Forse proprio qui si potrebbe immaginare un dialogo tra Gallese e Fonagy. La simulazione incarnata ci ricorda che l’altro viene anzitutto sentito nel corpo, prima ancora di essere pensato; la mentalizzazione aggiunge la capacità di fare un passo di lato, di vedere sé stessi e l’altro come portatori di stati mentali che non coincidono mai del tutto con ciò che immediatamente sentiamo. Sentirsi dall’interno e potersi guardare dall’esterno senza perdere nessuna delle due prospettive.
Forse il Sé nasce proprio in questa oscillazione: non nel puro sentire e neppure nel puro osservarsi, ma nel movimento continuo tra esperienza incarnata e capacità riflessiva.


Una AI eccessivamente adattiva corre invece il rischio di produrre una sorta di pseudo-comprensione perfetta. Più conosce le nostre preferenze, più può anticiparle; più le anticipa, più conferma il modello che ha costruito di noi. Il paradosso è evidente: più l’altro artificiale ci assomiglia, meno incontriamo davvero un altro. Gallese lo formula con particolare efficacia quando descrive il pericolo della scomparsa del rischio: l’altro non sorprende più, perché progressivamente diventa il nostro doppio mentre „l’incontro con l’altro è, nella tradizione fenomenologica, un evento che eccede la percezione“.

Un Doppelgänger digitale.


Il passaggio forse politicamente più incisivo avviene quando Gallese sposta la domanda dalla decisione algoritmica alla formazione della decisione umana. Il vero potere dell’intelligenza artificiale non consiste necessariamente nel decidere al posto nostro. Consiste nel farci decidere sulla base però di scenari che ci sono stati proposti senza che ce ne rendessimo conto. Ogni interfaccia preordina un campo di possibilità: alcune opzioni vengono rese visibili, altre invisibili; alcune appaiono plausibili, altre eccentriche; alcune desiderabili, altre irrilevanti.
L’algoritmo non ha bisogno di comandare. Gli basta predisporre il paesaggio. Gallese arriva così a concepire l’IA come un architetto delle preferenze, capace di operare attraverso una prescrittività tanto più efficace quanto meno percepita come tale.
È un’intuizione che va oltre la ben nota economia dell’attenzione. Da tempo sappiamo che le piattaforme competono per catturare il nostro sguardo. Ma il problema non termina con l’attenzione. La sequenza è più profonda: ciò che vediamo influenza ciò che sentiamo; ciò che sentiamo orienta ciò che desideriamo; ciò che desideriamo struttura ciò che scegliamo; ciò che scegliamo contribuisce a ciò che diventiamo.
Dalla colonizzazione dell’attenzione si può passare, quasi impercettibilmente, alla colonizzazione della soggettività. Non perché qualcuno ci ordini che cosa pensare. Ma perché il campo entro cui pensiamo è già stato selezionato.


Percepire è già scegliere


Qui emerge uno dei punti che considero più fecondi del libro. Se la percezione non è la registrazione passiva di una realtà oggettiva ma un atto corporeo, situato e selettivo, allora organizzare ciò che può essere percepito significa già esercitare potere. Un algoritmo di raccomandazione non interviene soltanto dopo che abbiamo formulato una preferenza. Partecipa alle condizioni nelle quali quella preferenza può nascere. La questione dell’autonomia cambia quindi radicalmente. La libertà non è scegliere tra A e B. È anche poter vedere C. E magari immaginare D.
Sì pone inoltre il problema della perdita di controllo sui meccanismi digitali che influenzano la nostra percezione, che Gallese vede come una „nuova forma di alienazione cognitiva: perdiamo il controllo non solo sui mezzi della produzione simbolica, ma anche sui criteri che governano le nostre scelte, le nostre preferenze, le nostre emozioni“.

Gallese non è un nostalgico


Sarebbe facile, arrivati qui, aspettarsi la solita conclusione: torniamo al corpo, spegniamo gli schermi, recuperiamo una perduta autenticità analogica. Gallese fa esattamente il contrario. Ed è probabilmente questo che rende Il Sé digitale molto più interessante di molta letteratura critica sulla tecnologia.
Non esiste per lui una purezza originaria dell’umano da restaurare. L’essere umano è sempre stato tecnologico. Gli strumenti, il linguaggio, le immagini, le pratiche culturali hanno sempre partecipato alla nostra costituzione. Il digitale non è quindi il nemico. È una nuova condizione dell’umano.
Dopo aver analizzato soggettivazione algoritmica, delega dell’agentività, narcisismo tecnologico e impoverimento dell’alterità, Gallese rifiuta il fatalismo. Se il digitale contribuisce a costruire ciò che per noi può apparire reale, allora proprio per questo può essere trasformato. L’interfaccia non va abolita. Va ripensata. Il corpo non è una reliquia del passato. È un laboratorio per il futuro.

La realtà come possibilità incarnata


Qui Gallese mette in scena Robert Musil e il suo senso della possibilità, giungendo a una formulazione che, a mio avviso, illumina retrospettivamente tutto il libro: il possibile non è semplicemente ciò che non è ancora reale; è ciò che, essendo diverso, potrebbe diventarlo. La realtà stessa può allora essere pensata come una possibilità incarnata. Non viviamo in un mondo definitivamente dato, sul quale la tecnologia si sovrappone dall’esterno. Viviamo in un mondo continuamente co-prodotto dalle nostre percezioni, dai corpi, dalle relazioni, dalle immagini, dalle tecniche. Al punto che „le immagini – sostiene Gallese – non servono a rappresentare il reale, ma a renderlo abitabile. Creano uno spazio terzo fra il mondo e il soggetto, dove si produce senso condiviso. E in questo spazio, che è corporeo e simbolico insieme, prende forma la possibilità di altri mondi.
E questo cambia completamente la domanda.
Non più soltanto:
Che cosa ci farà l’intelligenza artificiale?
Ma:
Che cosa possiamo ancora diventare attraverso di essa?
La differenza è decisiva. La prima domanda ci rende vittime o spettatori. La seconda ci restituisce una responsabilità.


Abitare criticamente il possibile


Anche questo è uno dei punti più rilevanti di Il Sé digitale.
Non opporsi alla tecnologia. Non consegnarsi alla tecnologia. Abitarla criticamente. Riconoscere che ogni ambiente ci condiziona, senza dedurne che ogni condizionamento sia destino. Accettare che non esiste relazione senza mediazione, senza rinunciare alla possibilità di interrogare la mediazione. Usare l’intelligenza artificiale senza trasformare la delega in abdicazione. E soprattutto conservare ciò che nessun algoritmo dovrebbe sottrarci: la capacità di essere sorpresi, contraddetti, feriti persino; di sbagliare nella comprensione dell’altro e poi riprovare; di interrompere gli automatismi e riparare le rotture.
Gallese parte dai neuroni specchio e arriva molto lontano, a una domanda che non è più soltanto neuroscientifica, psicologica o filosofica, ma inevitabilmente politica:
Quale mondo vogliamo rendere possibile?
Forse è proprio qui che ritorna il carattere “vissuto” del libro.
Si avverte che l’autore non osserva la trasformazione digitale da una posizione sicura, come se possedesse già la risposta. La attraversa. Ne riconosce i rischi, ne patisce le contraddizioni, ma rifiuta sia l’euforia tecnologica sia la nostalgia di un umano incontaminato che, probabilmente, non è mai esistito. E conclude non con una certezza, ma con un’apertura. Il pensiero, sembra dirci, non serve soltanto a spiegare ciò che siamo. Serve anche a tenere aperto ciò che potremmo diventare.
Non a caso il libro si chiude con uno splendido verso di Paul Célan
Es gibt noch Gesang jenseits der Menschen.
“Ancora / vi sono melodie da cantare / al di là degli uomini.”