Una modesta proposta per salvare la salute mentale dell’umanità
Finalmente possiamo tirare un sospiro di sollievo.
Dopo decenni di ricerche, congressi, classificazioni diagnostiche, psicoterapie, psicofarmaci e interminabili discussioni sulle cause della sofferenza psichica, abbiamo trovato il colpevole.
È lo smartphone.
O forse sono i social network.
O Internet.
Probabilmente, per sicurezza, tutta la tecnologia.
La scoperta è confortante perché semplifica enormemente il problema. Se i ragazzi sono ansiosi, depressi, soli, autolesionisti o confusi, sappiamo finalmente dove guardare: nella loro tasca.
Lì si trova il dispositivo.
Basterà toglierlo.
Prima dello smartphone
Per comprendere la portata della scoperta conviene ricordare come viveva l’umanità prima dell’invenzione dello smartphone.
I bambini giocavano felici nei prati.
Gli adolescenti conversavano serenamente con i genitori.
I genitori, a loro volta, ascoltavano attentamente i figli.
Nessuno interrompeva mai una conversazione.
Le famiglie cenavano insieme discutendo di letteratura, sentimenti e grandi questioni morali.
Non esistevano depressione adolescenziale, disturbi alimentari, dipendenze, bullismo, violenza domestica, suicidio, solitudine.
A scuola nessuno veniva escluso.
Nessun ragazzo si sentiva brutto.
Nessuna ragazza confrontava il proprio corpo con quello delle altre.
Nessun adolescente cercava disperatamente l’approvazione del gruppo.
Poi arrivò Internet, che ci fece notoriamente diventare stupidi, poi i social, l‘inizio della fine .
E tutto cambiò.
Naturalmente qualche storico particolarmente pedante potrebbe ricordarci che il suicidio esisteva già nell’antica Grecia, che una certa ruggine doveva covare anche nel rapporto tra Bruto e Cesare per arrivare a quell’epilogo delle idi di Marzo, che Goethe dovette assistere con una certa sorpresa a un’ondata di suicidi dopo la pubblicazione del Werther, che l’anoressia nervosa fu descritta nell’Ottocento, che Freud curava giovani donne assai sofferenti senza che nessuna di loro possedesse TikTok e che il bullismo prosperava magnificamente nei cortili delle scuole quando l’unico algoritmo disponibile era quello della divisione in colonna.
Ma sono dettagli.
La famiglia analogica
Anche la famiglia, prima dello smartphone, era un luogo sostanzialmente armonioso.
I padri non erano mai assenti.
Le madri non erano mai depresse.
I genitori non litigavano.
Non bevevano.
Non picchiavano i figli.
Non li ignoravano.
Non proiettavano su di loro le proprie frustrazioni.
Non pretendevano che realizzassero i sogni che loro avevano mancato.
Soprattutto, erano sempre psicologicamente presenti.
Quando un bambino parlava, il genitore lo guardava negli occhi e lo ascoltava attentamente, rispondendo in modo pedagogicamente adeguato ai suoi bisogni
Poi arrivò il cellulare
Da quel momento il padre cominciò a guardare lo schermo durante la cena. La madre a prendersela con lui perché lo guardava e i figli a guardare il loro.
Oh gran bontà de cavalieri antichi, quando ancora non ci si guardava in faccia divisi dalle sottili pagine di un giornale, dallo schermo della TV, che era all’inizio una per tutta la famiglia.
La grande scoperta
Negli ultimi anni una parte crescente del dibattito pubblico sembra aver individuato negli smartphone e nei social network una delle principali spiegazioni della crisi della salute mentale giovanile.
L’ipotesi è plausibile. Anzi, contiene certamente una parte di verità.
Le piattaforme sono progettate per catturare l’attenzione. Gli algoritmi premiano l’engagement, la ricompensa immediata, il confronto sociale, l’indignazione. Lo scorrimento infinito non è nato per caso.
Nel mio precedente articolo avevo parlato proprio di colonizzazione dell’attenzione: un sistema economico che non si limita a utilizzare il nostro tempo, ma tende a riorganizzare il nostro modo di prestare attenzione.
Continuo a pensarlo.
Ma una cosa è riconoscere un rischio. Un’altra è trovare un colpevole.
Una psicologa guastafeste
A rovinare questa rassicurante semplicità è arrivata, tra gli altri, Candice Odgers, psicologa dello sviluppo che studia da venticinque anni adolescenti, tecnologia e salute mentale.
Intervistata recentemente dal Guardian, Odgers ha avuto l’imprudenza di ricordare una cosa piuttosto fastidiosa:
i dati sono complicati.
La ricerca non mostra affatto, nella maggioranza degli studi, quell’enorme effetto causale dei social media sulla salute mentale adolescenziale che spesso domina il discorso pubblico.
Le associazioni risultano spesso piccole, miste, bidirezionali. Un adolescente depresso può utilizzare maggiormente i social. Un uso problematico dei social può peggiorare il benessere di alcuni adolescenti. Per altri, una comunità online può invece rappresentare sostegno, appartenenza, perfino protezione.
Dipende da chi.
Dipende da come.
Dipende da cosa accade online.
E soprattutto dipende da cosa accade fuori dallo schermo.
È una conclusione scientificamente ragionevole. E comunicativamente disastrosa. Perché la complessità non si presta bene alle campagne politiche.
Provate a stampare su un manifesto:
GLI EFFETTI SONO ETEROGENEI, BIDIREZIONALI E DIPENDENTI DAL CONTESTO.
Non vincerete molte elezioni.
Molto meglio:
VIETIAMO GLI SMARTPHONE.
Il vantaggio del capro espiatorio
René Girard ci ha insegnato quanto sia utile, per una comunità in crisi, concentrare tensioni diffuse su un bersaglio identificabile.
Il capro espiatorio ha una caratteristica fondamentale: deve essere abbastanza vicino da poter essere accusato e abbastanza separabile da poter essere espulso.
Lo smartphone possiede entrambe le qualità. È ovunque. E possiamo sequestrarlo.
Immaginiamo invece di attribuire la sofferenza dei giovani alla precarietà economica.
Difficile vietarla.
Alla crisi climatica.
Complicato confiscarla all’ingresso della scuola.
Alla pandemia e alle sue conseguenze.
Non entra in una custodia schermata.
Alla crescente sofferenza psicologica degli adulti che dovrebbero occuparsi dei ragazzi.
Politicamente scomodo.
Alla mancanza di luoghi nei quali gli adolescenti possano incontrarsi senza dover consumare qualcosa.
Costoso.
Alla carenza di insegnanti, educatori, psicologi scolastici, servizi territoriali.
Ancora più costoso.
Lo smartphone, invece, è perfetto.
Si prende.
Si chiude in una scatola.
Problema risolto.
L’esperimento definitivo
Propongo dunque un esperimento mentale.
Domani mattina eliminiamo tutti gli smartphone.
Poi i social network.
Poi Internet.
Per prudenza, anche l’intelligenza artificiale.
Alle otto del mattino i ragazzi si sveglieranno.
Non potranno controllare Instagram.
A questo punto scopriranno che i loro genitori stanno divorziando.
Ma almeno offline.
Andranno a scuola.
Scopriranno che il compagno che li umiliava su WhatsApp può continuare tranquillamente a umiliarli nel corridoio.
Con il vantaggio della presenza.
La ragazza che si sentiva brutta davanti alle influencer scoprirà che può sentirsi brutta anche davanti allo specchio, una tecnologia antichissima.
Il ragazzo escluso dal gruppo non vedrà più le fotografie della festa alla quale non è stato invitato.
Continuerà semplicemente a non essere invitato.
Un progresso considerevole.
Nel pomeriggio torneranno a casa.
Niente TikTok.
Potranno finalmente parlare con i genitori.
Se i genitori avranno tempo. Se non saranno al lavoro. Se non saranno esausti. Se non saranno depressi. Se sapranno ascoltare. Se il ragazzo avrà voglia di parlare con loro. Se nella famiglia esisterà ancora uno spazio mentale nel quale qualcuno possa ascoltare qualcun altro.
A sera, finalmente liberi dagli schermi, contempleranno il mondo reale.
Le guerre.
La crisi climatica.
La precarietà.
La competizione scolastica.
L’incertezza sul futuro.
La solitudine.
Le disuguaglianze.
Ma almeno senza notifiche.
Il sogno della causa unica
Naturalmente tutto questo non significa che la tecnologia sia innocente. Sarebbe una conclusione altrettanto ingenua. Le piattaforme devono essere regolamentate.
Il design manipolativo deve essere limitato.
I minori devono essere protetti da sextortion, pornografia, cyberbullismo, sfruttamento commerciale, algoritmi predatori.
Le aziende devono rispondere delle architetture che costruiscono.
Su questo non deve esserci indulgenza. Ma proprio qui nasce il paradosso.
Trasformare i social nel grande colpevole della sofferenza adolescenziale rischia perfino di fare un favore alle Big Tech.
Perché consente di spostare la discussione.
Dal modello economico delle piattaforme al telefono del ragazzo.
Dalla regolazione industriale alla disciplina familiare.
Dalla responsabilità delle aziende alla responsabilità dei genitori.
Dalla complessità sociale al tempo di schermo.
E infine:
dal costruire al vietare.
Vietare costa meno che costruire
Odgers formula una distinzione che merita attenzione.
Stiamo investendo enormi energie nel proibire.
Potremmo investirle nel costruire.
Costruire scuole migliori.
Servizi di salute mentale accessibili.
Spazi nei quali gli adolescenti possano incontrarsi.
Sport.
Musica.
Biblioteche.
Centri giovanili.
Adulti disponibili.
Comunità.
Relazioni.
Tutte cose terribilmente inefficienti.
Richiedono soldi.
Tempo.
Persone.
Responsabilità politica.
Molto più semplice acquistare una custodia per smartphone.
Nostalgia
C’è infine qualcosa di irresistibile nella nostalgia tecnologica. Ogni generazione tende a immaginare che la propria infanzia sia stata più autentica di quella successiva. Noi giocavamo per strada. Loro stanno davanti allo schermo. Noi parlavamo. Loro chattano. Noi avevamo amici veri. Loro hanno follower.
Curiosamente, anche i nostri genitori erano convinti che stessimo rovinando.
Con la televisione.
Prima ancora con i fumetti.
Prima con il cinema.
Prima con i romanzi.
Platone, attraverso Socrate, diffidava persino della scrittura, perché avrebbe indebolito la memoria.
Aveva probabilmente ragione.
Da allora l’umanità non si è più ripresa.
Il prossimo colpevole
Tra qualche anno lo smartphone potrebbe perfino sembrarci innocente.
Avremo l’intelligenza artificiale.
Se un adolescente sarà solo, diremo che è colpa del chatbot.
Se non saprà scrivere, dell’IA generativa.
Se sarà ansioso, degli algoritmi.
Se non avrà amici, della realtà virtuale.
Se non troverà lavoro, dell’automazione.
Se non saprà più chi è, dell’identità digitale.
Avremo finalmente completato l’opera.
Ogni forma della sofferenza umana avrà il proprio dispositivo responsabile.
E noi saremo assolti.