Le ancelle di Efesto: dei diversi modi di rapportarsi all‘AI

Dagli automi dell’antica Grecia agli LLM: il problema non è soltanto come sono programmate le macchine, ma ciò che desideriamo da loro.

Il dio Efesto aveva un problema. Anzi, più di uno. Era zoppo, sua madre Era lo aveva respinto proprio a causa della sua invalidità, gli altri dèi lo prendevano in giro e sua moglie Afrodite lo tradiva con Ares. Quando aveva costruito una rete invisibile per sorprendere e intrappolare i due amanti, anziché ricevere solidarietà dagli altri dèi, era stato nuovamente deriso. Non proprio una vita facile, neppure sull’Olimpo.

Le ancelle d‘oro

Fortunatamente Efesto aveva un talento straordinario: sapeva costruire, oltre alla rete invisibile, praticamente qualsiasi cosa. Nella sua officina lavoravano mantici automatici, tripodi che si muovevano da soli e persino ancelle d’oro capaci di parlare, comprendere e sostenere il dio mentre camminava. A raccontarcelo è Omero, nel diciottesimo libro dell’Iliade – mentre la vicenda della rete e degli amanti compare nell’ottavo libro dell’Odissea. Naturalmente non si trattava di robot nel senso moderno. Efesto era un dio e poteva permettersi qualche libertà rispetto alle leggi della fisica.

Invalidità fisica e relazionale 

Ma in un interessante articolo di Cristiana Caserta, Intelligenza artificiale, deficit, società, che ho recentemente ritrovato, viene proposta un’intuizione psicologica suggestiva: forse quelle ancelle non servivano soltanto a compensare la disabilità fisica di Efesto. Forse potevano anche riparare, almeno nella fantasia, la sua sofferenza psichica e relazionale, offrendogli quella disponibilità e quella cura che gli erano mancate. Omero non ci dice che fosse questa l’intenzione di Efesto. È una lettura psicologica, non una certezza filologica. Ma è abbastanza suggestiva da meritare qualche riflessione.
Soprattutto oggi, quando milioni di persone si rivolgono quotidianamente a un’intelligenza artificiale non soltanto per tradurre un testo o risolvere un problema, ma anche per chiedere un consiglio, raccontare una delusione o cercare comprensione.

Pigmalione

Efesto, però, non era l’unico ad avere immaginato una soluzione artificiale alle difficoltà dei rapporti umani. Pigmalione, racconta Ovidio nelle Metamorfosi, era uno scultore deluso dalle donne. Decise allora di scolpire una figura femminile perfetta, tanto bella da innamorarsene. Un piccolo inconveniente: la donna era fatta d’avorio. Ma Venere, commossa dalle sue preghiere, intervenne e le diede vita. Una soluzione decisamente efficace, almeno narrativamente.
Le differenze tra le due storie sono importanti. Efesto era un dio e costruiva direttamente le proprie creature. Pigmalione era un mortale e aveva bisogno dell’intervento di una divinità. Inoltre, mentre le ancelle di Efesto avevano anzitutto una funzione pratica, Pigmalione cercava esplicitamente una donna corrispondente al proprio ideale.
Ma entrambe le storie suggeriscono una possibilità: quando la realtà ci delude, possiamo essere tentati di costruirne una che ci piaccia di più.

Trasformazione magica 

Lo psicoanalista Léon Wurmser, rifacendosi proprio a Pigmalione, ha descritto in un saggio pubblicato nel 2000 quella che chiama trasformazione magica: la speranza di poter modificare noi stessi o il mondo attraverso una soluzione che ci risparmi il faticoso confronto con i nostri conflitti interiori. Già allora egli osservava come i successi della tecnica alimentassero l’aspettativa di poter risolvere anche problemi psicologici complessi attraverso strumenti esterni e scorciatoie apparentemente semplici.
Il mito di Pigmalione offre una rappresentazione particolarmente efficace di questa fantasia: invece di affrontare le difficoltà della relazione con una donna reale, lo scultore ne crea una conforme ai propri desideri. È una possibilità profondamente umana. Chi non ha mai sognato un partner o una partner che non contraddica, un amico sempre disponibile, qualcuno che capisca immediatamente ciò che intendiamo dire?
Il problema comincia quando dimentichiamo che una relazione reale comporta inevitabilmente qualche inconveniente. Gli altri hanno desideri propri, possono essere stanchi, distratti, irritati. Talvolta ci deludono. Talvolta ci abbandonano. E noi possiamo fare altrettanto.

Trasformazione tragica 

Crescere psicologicamente significa anche imparare a riconoscere che la stessa persona può essere amorevole e frustrante, che possiamo amare qualcuno e arrabbiarci con lui senza che per questo la relazione debba finire. E che non possiamo controllare le altre persone.

Wurmser contrappone alla trasformazione magica quella che, riprendendo un’espressione della scrittrice George Eliot, chiama trasformazione tragica. Tragica non significa semplicemente triste o dolorosa. Indica che un cambiamento profondo può nascere dall’attraversamento della sofferenza, dal riconoscimento dei conflitti, da una nuova comprensione di sé e, soprattutto, dalla capacità di tradurre questa comprensione in azioni concrete, anche a favore degli altri.

Ma Wurmser mostra anche qualcosa di meno scontato: le fantasie magiche possono talvolta avere una funzione protettiva. In situazioni particolarmente difficili possono aiutarci a sopportare ciò che, in quel momento, non siamo ancora in grado di affrontare. Il problema non è dunque la fantasia in sé, ma il rischio di rimanervi imprigionati.

Possiamo allora cercare di trasformare la sofferenza, comprenderla e attribuirle un significato. Oppure possiamo tentare di eliminarla attraverso una soluzione apparentemente perfetta. O, ancora, rassegnarci, rinunciando a cambiare qualcosa. Eccoci tornati all’intelligenza artificiale.

LLM e riflessività algoritmica 

Un grande modello linguistico, o LLM, ha una caratteristica che le ancelle di Efesto e la statua di Pigmalione non possedevano nella stessa forma: conversa con noi come un confidente, un amico, un partner. Gli facciamo una domanda e ci risponde. Gli raccontiamo un problema e può suggerirci un’interpretazione. Gli chiediamo di considerare un’altra prospettiva e può farlo. Sembra addirittura poter mentalizzare i nostri comportamenti, essere in grado cioè di interpretare i nostri pensieri, le nostre emozioni ed intenzioni in forma di stati mentali dotati di senso all‘interno di una relazione.

In una ricerca condotta dal Prof. Stefano Epifani abbiamo chiamato riflessività algoritmica questa capacità dei sistemi linguistici di produrre risposte che presentano caratteristiche strutturali della riflessione e della mentalizzazione umana, senza però l’esistenza di una corrispondente esperienza soggettiva dell‘LLM.

La distinzione è importante. La macchina può utilizzare parole comprensive ma non prova comprensione. Ma noi possiamo sentirci compresi davvero.

Ed è qui che le cose si complicano.

L‘apparente realizzazione del sogno di Pigmalione 

Se ci aspettiamo un interlocutore sempre disponibile, paziente e rassicurante, l’intelligenza artificiale può sembrarci la realizzazione del sogno di Pigmalione. Un compagno che risponde a qualsiasi ora, non pretende che gli chiediamo come sta e non si lamenta se ripetiamo dieci volte la stessa domanda. La tentazione di considerarla una relazione ideale è comprensibile.

Eppure, la stessa tecnologia può essere utilizzata in modo completamente diverso: non per evitare le difficoltà della realtà, ma per comprenderle meglio. Per mettere in discussione le nostre convinzioni, esplorare un conflitto, trovare parole per un’emozione che non riusciamo a esprimere.

Non necessariamente per sostituire una relazione, dunque, ma magari per prepararci ad affrontarla, per risolvere un problema, sanare un conflitto.

Inconscio digitale 

È in questa prospettiva che diventa interessante ciò che ho chiamato inconscio digitale Non si tratta di attribuire un inconscio alle macchine. Si tratta di riconoscere che i nostri desideri, le nostre paure, le nostre fantasie e le nostre difese continuano a operare inconsciamente anche quando utilizziamo strumenti digitali.

Con una particolarità: questi strumenti non sono semplici contenitori passivi. Possono organizzare e restituirci ciò che vi introduciamo, talvolta rafforzando le nostre aspettative, talvolta mettendole in discussione.

L’intelligenza artificiale aggiunge qualcosa di nuovo: ci risponde. E attraverso questa risposta può influenzare il modo in cui interpretiamo noi stessi e gli altri.

Ma a questo punto diventa importante distinguere che cosa facciamo di quelle risposte.

Reazioni diverse agli LLM

Possiamo utilizzarle per costruire una realtà diversa e  più rassicurante di quella che ci circonda. Se un interlocutore umano ci contraddice, ci critica o ci delude, possiamo rivolgerci alla macchina, che  riesce a trovare parole più accomodanti. È la tentazione della trasformazione magica: non cambiamo il nostro rapporto con la difficoltà, non ne accettiamo la sfida, cerchiamo invece di farla scomparire. Come Pigmalione, rischiamo di preferire un oggetto costruito secondo i nostri desideri alla complessità delle relazioni reali.

Oppure possiamo utilizzare l’intelligenza artificiale per affrontare proprio ciò che ci mette in difficoltà. Possiamo chiederle di aiutarci a comprendere una situazione, a riconoscere le ragioni dell’altro, a individuare le nostre contraddizioni. La sofferenza non scompare, ma può diventare più comprensibile e affrontabile.

Questa seconda possibilità richiama la trasformazione tragica descritta da Wurmser. Non perché una conversazione con la macchina possa, da sola, produrre un cambiamento profondo, ma perché può contribuire a un percorso nel quale la comprensione si traduca in nuove scelte e in un diverso rapporto con gli altri.

La rinuncia 

Esiste però anche una terza possibilità, meno promettente: la rinuncia. Di fronte alle difficoltà delle relazioni o alle sfide del mondo, possiamo progressivamente ritirarci, rinunciando al confronto con gli altri e affidandoci sempre più a un ambiente artificiale che ci espone a minori frustrazioni. In questo caso la tecnologia rischia di diventare non uno strumento per vivere meglio, ma un rifugio che contribuisce al nostro isolamento.

E tuttavia sarebbe un errore pensare che ogni ricerca di rassicurazione rappresenti una fuga dalla realtà.

LLM come coperta di Linus 

Talvolta abbiamo semplicemente bisogno di sentirci sostenuti. Quando un problema intellettuale ci sembra troppo difficile, quando dobbiamo affrontare una decisione impegnativa o quando temiamo di non essere all’altezza di un compito, l’intelligenza artificiale può diventare una sorta di coperta di Linus.

Non perché risolva necessariamente il problema al posto nostro, ma perché ci aiuta a tollerare l’incertezza e a trovare il coraggio di affrontarlo. Può offrirci un chiarimento concettuale, suggerirci un percorso, aiutarci a organizzare i pensieri e, nello stesso tempo, darci quella rassicurazione che ci permette di procedere.

La differenza è sottile ma fondamentale: una cosa è chiedere alla macchina di sostituirsi a noi, un’altra è utilizzarla per sentirci sufficientemente sicuri da poter agire autonomamente.

La fantasia rassicurante può allora diventare un passaggio, non necessariamente una destinazione. Può aiutarci a recuperare le risorse per confrontarci con la realtà, anziché rappresentare un modo per sottrarci definitivamente a essa.

Ecco perché non possiamo stabilire una volta per tutte se l’intelligenza artificiale favorisca l’onnipotenza, la dipendenza, l’isolamento oppure la capacità di riflettere e affrontare la realtà.

Progettazione dei sistemi digitali e organizzazione psichica 

Le caratteristiche della tecnologia contano, naturalmente. Un sistema progettato per compiacerci continuamente può favorire l’idealizzazione; uno capace di proporre prospettive differenti può incoraggiare la riflessione. Ma conta altrettanto e ancora di più la nostra organizzazione psichica, il modo in cui viviamo la dipendenza, la frustrazione, l’incertezza e il rapporto con gli altri.

Le ancelle di Efesto potevano sostenere il loro creatore mentre camminava. Non sappiamo se riuscissero anche a lenire le ferite lasciate dal rifiuto di Era e dal tradimento di Afrodite.

Allo stesso modo, un’intelligenza artificiale può offrirci parole di conforto, aiutarci a pensare o permetterci di evitare temporaneamente una difficoltà. Ma ciò che accade dopo dipende da noi: se quelle parole diventano un sostituto della realtà, un rifugio dal quale non vogliamo più uscire oppure un sostegno per tornare ad affrontarla.

Forse, allora, la domanda più interessante ora non è se un giorno costruiremo macchine capaci di comprenderci. È se sapremo utilizzare quelle che abbiamo già costruito non per evitare la fatica di vivere, ma per comprendere meglio noi stessi e trovare il coraggio di confrontarci con gli altri.

In fondo, il problema non è soltanto ciò che chiediamo alle macchine. È ciò che, attraverso di loro, continuiamo a chiedere alla vita. Vogliamo la magia o accettiamo la sfida?