Partenope e Ulisse. Relazione e conoscenza

A Castel dell’Ovo, dove ora i turisti si accalcano per consumare qualche bevanda in riva al mare, incalzati da quelli che li seguono e dai camerieri che dimenticano volentieri i primi che hanno già pagato per invitare i secondi, la leggenda narra che sia giunto, trasportato dal mare, il corpo di Partenope, una delle Sirene

Il mito


Secondo il mito, Ulisse era riuscito a sfuggire alle Sirene grazie a una combinazione che oggi definiremmo sorprendentemente moderna. Da una parte utilizza una tecnologia: la cera nelle orecchie dei compagni, le corde che lo legano all’albero della nave. Dall’altra si affida alla condivisione del sapere: comunica il pericolo ai marinai, organizza una strategia collettiva, coordina un comportamento comune.

Tecnologia e organizzazione sociale


Non è l’eroe solitario che spesso immaginiamo. Si salva perché costruisce un dispositivo tecnico e sociale.
È difficile non riconoscere in questa scena qualcosa che assomiglia alla nostra condizione contemporanea. Anche noi affrontiamo il mare aperto dell’informazione con strumenti tecnologici sempre più sofisticati e con sistemi collettivi di produzione e trasmissione della conoscenza. Anche noi, come Ulisse, cerchiamo di ascoltare il canto senza esserne travolti.

Partenope


Ma cosa accade a Partenope?
La versione più nota racconta che, umiliata dal fallimento, si lascia morire. Le correnti trasportano il suo corpo fino all’isolotto di Megaride, attuale Castel dell’Ovo, dove sorgerà il primo nucleo di Napoli.
È una storia triste e tuttavia diversa da quella di Enea e Didone. Il mito stesso sembra suggerire altro. Partenope non scompare davvero. Si trasforma. Non ottiene ciò che desidera: il legame con Ulisse. Ma da quella perdita nasce qualcosa di più grande. Nasce una città.
Se Ulisse rappresenta il desiderio di conoscere, Partenope sembra incarnare il desiderio di entrare in relazione. Lui vuole sapere. Lei vuole essere ascoltata. Lui attraversa il mare. Lei diventa una riva. Lui continua il viaggio. Lei fonda un luogo.

Rinuncia pulsionale


Da un punto di vista psicoanalitico, questa trasformazione è interessante. Freud osservava come la civiltà nasca dalla rinuncia pulsionale. Ma il mito di Partenope sembra aggiungere un elemento ulteriore: la civiltà nasce anche dalla capacità di trasformare una perdita in un simbolo condiviso.
Laddove il desiderio non può realizzarsi direttamente, può generare cultura. Laddove una relazione fallisce, può nascere una comunità.


Conoscenza e amore


Potremmo dire che il mito mette in scena due funzioni complementari che Bion indicava come K, la conoscenza e L., l’amore, il legame affettivo. Si potrebbe anche affermare che la tradizione occidentale abbia celebrato soprattutto il primo polo, quello della conoscenza, identificato con Ulisse mentre ha dedicato molto meno attenzione ha dedicato a Partenope e alla relazione.


Partenope e Ulisse


Sarebbe però riduttivo vedere in Ulisse e Partenope due figure antitetiche e celebrare ora una sorta di tardiva riparazione della relazione sulla conoscenza. In realtà anche Ulisse si è servito proprio delle sue ottime capacità relazionali, oltre che della tecnologia, per sfuggire alle Sirene così come a mille altri pericoli e la città che è nata dal corpo di Partenope non avrebbe potuto sorgere senza la conoscenza.


Diversi modi di orientarsi nel mondo


Il contrasto non è tanto tra amore e conoscenza quanto tra due modi diversi di concepire il legame umano. Ulisse incarna la ricerca della conoscenza che permette di orientarsi nel mondo; Partenope il bisogno di essere riconosciuta da un’altra mente. Se il primo rappresenta il desiderio epistemico, la seconda rappresenta ciò che si potrebbe chiamare la ricerca di un interlocutore affidabile. Non sorprende allora che dal fallimento dell’incontro tra i due nasca una città: là dove una relazione non è stata possibile, il mito immagina la nascita di una comunità.

Le Sirene del nostro tempo


Questo ci riporta alle nuove Sirene del nostro tempo.
Per anni abbiamo pensato che i social media fossero il loro equivalente contemporaneo. Il loro canto era visivo, continuo, irresistibile. Attiravano la nostra attenzione promettendo riconoscimento, appartenenza, successo.
Ma con l’avvento delle intelligenze artificiali conversazionali qualcosa è cambiato.
Le nuove Sirene non si limitano più a cantare. Rispondono. Ascoltano. Consolano. Sembrano comprendere. Ed è qui che il mito assume una forma inattesa. Perché forse il problema non è più quello di Ulisse che cerca di resistere alla seduzione della Sirena. Forse il problema è che oggi ci identifichiamo sempre più con Partenope.
Come lei desideriamo essere ascoltati.Come lei desideriamo che qualcuno raccolga il nostro canto. Come lei speriamo che dall’altra parte vi sia una mente capace di comprenderci.
L’intelligenza artificiale intercetta precisamente questo bisogno.
La vera domanda non è tanto se le macchine diventeranno coscienti ma perché siamo così pronti ad attribuire loro una coscienza.
Forse perché, dietro la nostra fascinazione tecnologica, continua ad agire una nostalgia molto più antica.


La nostalgia di una relazione

Per questo il mito di Partenope potrebbe essere oggi più attuale di quello di Ulisse.
Ulisse ci insegna come sopravvivere ai canti che ci seducono.
Partenope ci ricorda perché quei canti esercitano su di noi un potere così grande. Perché ogni essere umano, prima ancora di cercare la verità, cerca qualcuno che lo ascolti.