Per alcuni giorni i giornali hanno parlato dei quattro lavoratori pakistani bruciati vivi ad Amendolara. Non hanno fatto notizia perché erano braccianti sfruttati. Non perché vivevano ai margini della società italiana. E neanche perché erano invisibili da anni. Sono assurti a notizia di cronaca perché sono stati uccisi, per di più da altri pakistani che lavoravano con loro o meglio su di loro.
“Fatti loro“
Tuttavia, come scrive sul Corriere Goffredo Buccini, „la fine tragica di Amin Khogyani, Ullah Qiemi, Amjad Safi e Waseem Khan, ci appare distante benché consumata sotto il nostro naso, una faccenda di caporali e braccianti, pachistani e afghani. Insomma, i più furbi e cattivi che sfruttano e ammazzano i più deboli e indifesi dei loro: fatti «loro». Le disuguaglianze, infatti, non producono soltanto povertà. Producono mondi separati. Mondi nei quali alcune vite diventano progressivamente meno visibili di altre, se non addirittura invisibili. Il problema non è che non lo sappiamo. Il problema è che sappiamo e continuiamo a non volerlo vedere.
Global Justice Report
È allora proprio da queste morti violente che conviene partire per comprendere il significato del recente Global Justice Report, un progetto internazionale promosso da economisti, climatologi e studiosi delle disuguaglianze per immaginare come potrebbe essere un mondo più giusto e sostenibile entro la fine del secolo. La tesi centrale del rapporto, di cui ha dato notizia il Guardian è sorprendentemente semplice: la sostenibilità ambientale non può essere raggiunta senza giustizia sociale. Come affermano gli autori, «Global justice is a necessary condition for environmental sustainability».
Per molti anni abbiamo pensato che la crisi climatica fosse soprattutto un problema tecnologico: energie rinnovabili, automobili elettriche, batterie migliori, sistemi produttivi più efficienti. Il rapporto propone invece una prospettiva diversa. Le emissioni, i consumi energetici, la distruzione degli ecosistemi e le disuguaglianze economiche non sono problemi separati. Fanno parte dello stesso sistema.
Non verde e blu ma ciano
Allo stesso modo abbiamo a lungo immaginato il verde dell’ecologia e il blu della tecnologia come due colori distinti. Da una parte la tutela dell’ambiente, dall’altra l’innovazione digitale. Stefano Epifani propone invece da tempo una metafora diversa: quella del ciano. Non una giustapposizione di verde e blu, ma un nuovo colore che nasce dalla loro fusione. La sostenibilità del XXI secolo non può più essere soltanto ambientale né soltanto tecnologica. Ogni innovazione digitale produce effetti ecologici, sociali e culturali; ogni scelta ambientale è ormai mediata da infrastrutture digitali. Pensare in termini di ciano significa abbandonare la logica dei compartimenti separati e riconoscere l’emergere di un ecosistema unico in cui natura, tecnologia e relazioni umane si trasformano reciprocamente.
Sostenibilità e giustizia sociale
In modo analogo, secondo gli autori del Global Justice Report, un pianeta abitabile richiede una riduzione delle disuguaglianze globali, investimenti massicci in sanità e istruzione, una maggiore equità fiscale e una redistribuzione delle opportunità tra Nord e Sud del mondo. Non si tratta semplicemente di aiutare i più poveri. Si tratta di creare le condizioni sociali che rendano possibile una transizione ecologica stabile e democratica.
Gli obiettivi e i metodi
L’obiettivo quantitativo è la convergenza dei redditi nazionali medi: entro il 2100 tutti i paesi dovrebbero raggiungere circa 5.000 euro mensili pro capite, superando l’attuale divario di circa 16 a 1 tra Africa subsahariana e Nord America/Oceania. Parallelamente, le ore annue di
lavoro retribuito scenderebbero da circa 2.100 a 1.000, mentre aumenterebbe il tempo dedicato a salute, educazione, cura e attività meno materialmente intensive. Il rapporto prevede inoltre piena uguaglianza di genere nel lavoro retribuito e domestico così come una
tassazione adeguata dei miliardari per contribuire al finanziamento di tali progetti (a proposito di patrimoniale).

Un‘utopia? Probabilmente, sostenuta peraltro da studiosi e studi di tutto rispetto e che dimostra come le difficoltà per raggiungere un mondo migliore per tutti non siano tecniche e nemmeno finanziarie ma dipendano da decisioni politiche.
La disuguaglianza cognitiva
Si potrebbe dire che il Global Justice Report affronta una questione fondamentale del Novecento: come distribuire più equamente le risorse materiali. Reddito, energia, salute, istruzione, lavoro. Ma leggendo il rapporto sorge, credo spontanea una domanda ulteriore.
Se nel XXI secolo esista una nuova forma di disuguaglianza destinata a diventare altrettanto importante? Non soltanto la disuguaglianza economica. La disuguaglianza cognitiva.
Se la redistribuzione riguarda i beni, il capability approach – che fa riferimento ai concetti di Amartya Sen prima e Martha Nussbaum poi – riguarda le possibilità. L’intelligenza artificiale
potrebbe diventare, almeno in linea di principio, uno strumento di espansione delle possibilità umane.
Spazio di riflessione algoritmico
Pensiamo a una persona anziana che non riesce a comprendere una comunicazione burocratica. A un migrante che non comprende un contratto di lavoro o i propri diritti. A un detenuto che cerca di prepararsi al reinserimento professionale. A una donna vittima di violenza che non sempre trova l’appoggio morale e materiale per denunciare e ricevere aiuto. A un adolescente che fatica a dare un nome alle emozioni che prova. In tutti questi casi il problema non è soltanto la mancanza di denaro o di diritti. Spesso manca qualcosa di più elementare: la capacità di orientarsi nella complessità.
Per la prima volta nella storia disponiamo di strumenti che potrebbero contribuire a ridurre anche questo tipo di disuguaglianza. Non penso all’intelligenza artificiale come sostituto delle relazioni umane, né come terapeuta universale o oracolo tecnologico. Penso piuttosto all’AI come infrastruttura cognitiva, spazio di riflessione algoritmico.
Un migrante potrebbe utilizzarla per comprendere procedure amministrative e servizi disponibili. Un anziano per interpretare documenti complessi. Un detenuto potrebbe usare un LLM offline, senza accesso a Internet e completamente controllato, per studiare, preparare un esame professionale, comprendere un contratto di lavoro o costruire un progetto di reinserimento. Una persona fragile per accedere più facilmente a informazioni sanitarie affidabili o per riflettere su situazioni problematiche prima di chiedere
aiuto.
Mentalizzazione algoritmica
Anche se la mentalizzazione offerta dalle macchine è una mentalizzazione algoritmica, che
simula un rapporto che realmente non esiste, essa può aiutare a creare uno spazio di riflessione nel quale l’adolescente, la persona fragile – e tutti noi, prima o poi, lo siamo – può vedere rispecchiati i propri pensieri e le proprie emozioni e sostare per un momento davanti ad essi prima di agirli.
In altre parole, il punto non è costruire macchine sempre più intelligenti. Il punto è aumentare le capacità delle persone. Per questo motivo credo che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere valutata non in base a quanto sostituisce l’essere umano, ma in base a quanto aumenta le capacità delle persone più vulnerabili.
Un‘agenda per la giustizia sociale aumentata?
Se il Global Justice Report propone un’agenda per una più equa distribuzione delle risorse materiali, potremmo forse affiancargli una seconda agenda: un’agenda per la giustizia sociale aumentata dall’intelligenza artificiale.
Un‘utopia? Bernie Sanders, come scrive Massimo Cerofolini nell‘introduzione alla puntata attuale del suo programma, „propone un fondo sovrano americano per l’Al, prendendo il 50% delle azioni delle grandi società del settore, perché se l’intelligenza artificiale – dice – è stata costruita sui dati, sui testi, sulle immagini e sul sapere di tutti, allora anche una parte della ricchezza deve tornare a tutti“.
Non si tratta di un progetto di automazione della società, ma un progetto di miglioramento delle possibilità. Una società più giusta non è soltanto quella che distribuisce meglio la ricchezza. È anche quella che distribuisce meglio le possibilità di comprendere, di apprendere, di partecipare e di immaginare il proprio futuro.
Forse è proprio qui che si incontrano la questione sociale e la questione tecnologica. Le tecnologie più importanti non sono necessariamente quelle che fanno le cose al posto nostro. Sono quelle che aiutano più persone e soprattutto le persone più vulnerabili a diventare protagoniste della propria vita.