„Amo colui che desidera l’impossibile“, l‘Europa

Sigmund Freud non è certo noto per il suo ottimismo. Con il progredire delle sue ricerche, dell’età e delle difficili esperienze della sua vita (la morte della figlia Sophie a soli 26 anni per l‘epidemia di spagnola, la scomparsa del nipote Heinz cui era particolarmente affezionato, il cancro alla mascella per il quale subirà complessivamente 30 interventi e sarà costretto a portare una protesi) il quadro dell’essere umano che emerge dai suoi scritti appare sempre più marcato dallo scetticismo. Non a caso, nel 1920, nel suo saggio Al di là del principio del piacere, Freud introduce il concetto della pulsione di morte (Thanatos), che si contrappone appunto alla pulsione vitale, Eros, e con il quale Freud spiega la coazione a ripetere, la nostra tendenza cioè a ripetere le nostre azioni e i nostri comportamenti, nonostante essi non siano fonte di piacere. Eppure Freud non rinuncia alla speranza che l’opera di Eros, se adeguatamente coltivata e realizzata, possa arginare la forza distruttiva di Thanatos.

La lettera di Freud al fondatore del movimento Paneuropa 

Lo conferma, se ce ne fosse bisogno, una lettera inedita di Sigmund Freud, recentemente ritrovata e della quale dà conto il settimanale tedesco Die Zeit nella sua edizione dell’11 giugno 2026. A prima vista potrebbe sembrare una piccola curiosità per specialisti. In realtà contiene una sorpresa che parla, per molti motivi, direttamente al nostro presente.
Nel novembre del 1929 Freud scrive a Richard Coudenhove-Kalergi, il fondatore del movimento Paneuropa, uno dei primi sostenitori dell’idea di un’Europa politicamente unita. Nella lettera Freud confessa che quel progetto non gli ha più dato pace, inducendolo a riflettere in continuazione su quel progetto proprio perché utopico. Nella sua risposta Freud aggiunge una citazione quanto mai significativa al riguardo: «Den lieb’ ich, der Unmögliches begehrt» («Amo colui che desidera l’impossibile»).

Il disagio della civiltà 

La frase proviene dal Faust di Goethe. Colpisce soprattutto perché a scriverla non è un idealista ingenuo, ma quello stesso Freud che in quegli anni sta ultimando Il disagio della civiltà, uno dei testi più pessimisti del Novecento, nel quale teorizza appunto che ogni civiltà nasce dalla rinuncia al soddisfacimento immediato delle pulsioni e dal progressivo allargamento dei legami umani, attraverso i quali Eros cerca di contenere la distruttività di Thanatos, dunque anche dalla capacità di imparare a riconoscere come appartenente alla propria comunità un numero sempre più ampio di esseri umani.

La consapevolezza del pericolo

L’immagine di Freud che emerge da questa lettera è diversa da quella stereotipata del vecchio maestro disincantato che osserva con scetticismo il destino del mondo. Freud non si fa illusioni. Anzi, scrive apertamente di non credere che vedrà la realizzazione di quel progetto. Ma proprio per questo la sua adesione all’idea di Paneuropa acquista un significato particolare. Non nasce dall’ottimismo. Nasce dalla consapevolezza del pericolo.
Oggi sappiamo ciò che Freud non poteva ancora sapere. Sappiamo che pochi anni dopo sarebbero arrivati il nazismo, la guerra mondiale, Auschwitz, milioni di morti. Guardando a ritroso, il 1929 appare come un momento sospeso. Non ancora la catastrofe, ma già abbastanza vicino all’abisso da avvertirne la presenza.

La fase del “non ancora”

Forse è proprio questo l’aspetto che rende quella lettera sorprendentemente contemporanea.
Anche noi viviamo in una fase del «non ancora». Non ancora una nuova guerra tra grandi potenze. Non ancora la dissoluzione completa dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. Non ancora la fine definitiva dell’alleanza occidentale. Ma abbastanza vicini a questi scenari da non poterli considerare impossibili.

Il tentativo di Eros di creare unità sempre più ampie 

In questo contesto il progetto europeo appare spesso stanco, burocratico, privo di slancio ideale, debole, impotente. Eppure, osservato attraverso le lenti della psicoanalisi, esso può essere interpretato come uno dei più grandi esperimenti politici di Eros della storia moderna. Nel Disagio della civiltà Freud descrive appunto la civiltà come il tentativo di Eros di creare unità sempre più ampie. Dapprima la famiglia, poi la comunità, poi il popolo, infine aggregazioni sempre più vaste di esseri umani. La storia della civiltà è, almeno in parte, la storia di questo allargamento progressivo del cerchio dell’identificazione.
L’Europa rappresenta precisamente questo tentativo. Non la cancellazione delle differenze, ma la loro convivenza entro uno spazio politico condiviso.

Il narcisismo delle piccole differenze

Qui emerge un altro concetto freudiano sorprendentemente attuale: il narcisismo delle piccole differenze. Freud osserva come spesso i conflitti più aspri non nascano tra gruppi molto diversi, ma tra gruppi molto simili. La storia europea offre innumerevoli esempi di questa dinamica. L’integrazione europea può essere letta come il tentativo di trasformare queste differenze da motivo di ostilità a fonte di arricchimento reciproco.

La crisi della fiducia epistemica 

Naturalmente nessuna costruzione istituzionale può sopravvivere senza una base psicologica. Per questo il progetto europeo non riguarda soltanto mercati, regolamenti o parametri economici. Richiede qualcosa che oggi appare sempre più fragile: la capacità di riconoscere nell’altro un interlocutore e non un nemico. In termini contemporanei potremmo parlare di fiducia epistemica: la disponibilità a considerare credibile e degna di ascolto una prospettiva diversa dalla propria.
È proprio questa fiducia che sembra oggi erodersi sotto la pressione delle polarizzazioni, della disinformazione e del ritorno della politica di potenza. Di fronte all’aggressività della Russia, alla competizione sistemica con la Cina e alle sconvolgenti oscillazioni della politica americana, molti considerano l’idea europea irrealistica, ingenua, inutile, quando non addirittura superata.

Europa come forma più matura di realismo 

Ma forse l’Europa non è la negazione del realismo. Forse è la sua forma più matura.
Perché il vero realismo non consiste nel celebrare la legge della forza. Consiste nel riconoscere che la forza, lasciata a sé stessa, ha già condotto il continente europeo due volte verso l’autodistruzione. Non a caso la prima Comunità Europea (dapprima CECA e poi CEE) è nata da tentativo di elaborazione del lutto della seconda guerra mondiale, le cui tragiche conseguenze erano allora sotto gli occhi di tutti. Da tempo non lo sono più, il ché ci rende – paradossalmente, o forse no – più ciechi.

Non siamo più padroni in casa nostra 

Delusi e irati per l’arresto di una crescita economica e sociale che avevamo ritenuto continua ed inarrestabile, spaventati e divisi da crisi sempre più imponenti (la crisi finanziaria, la pandemia, la crisi climatica, quella geo-politica), impotenti di fronte all’uso sempre più spregiudicato della legge della forza, non vogliamo avere per vero, così come i nostri antenati tra le due guerre, il rischio di precipitare ancora una volta in una folle dinamica distruttiva. Confidiamo in giochi tattici, in alleanze mutevoli, ora con l’uno ora con l’altro, in strategie di corto se non cortissimo respiro, senza capire che, per dirla con Freud, non siamo più padroni in casa nostra. Ma non per colpa dei migranti, come le destre estreme amano ripetere per fomentare la paura. Non siamo più padroni della tecnologia che usiamo – come ha dimostrato la sospensione dei programmi più avanzati di Anthropic da parte del Governo USA – e rischiamo addirittura di perderne anche la sovranità cognitiva

Disincantata utopia 

Freud non era un ottimista. Ma nemmeno un cinico. Tra queste due posizioni esiste una terza possibilità: quella che potremmo chiamare speranza tragica, ottimismo della ragione, disincantata utopia. La capacità di vedere con lucidità i pericoli del presente senza rinunciare a costruire istituzioni, legami e narrazioni capaci di contenerli.
È forse questo il significato più attuale della frase che Freud dedicò a Coudenhove-Kalergi quasi un secolo fa.
«Amo colui che desidera l’impossibile».
Non perché l’impossibile sia garantito. Ma perché alcune delle conquiste più preziose della civiltà sono nate proprio quando qualcuno ha avuto il coraggio di immaginarle prima che apparissero realistiche.

 

Suggerimento musicale: Ludwig van Beethoven, Inno alla gioia,