Riflessioni per la Giornata mondiale della salute mentale
Ogni anno, il 10 ottobre, si celebra la Giornata mondiale della salute mentale. E ogni anno mi domando che cosa si possa ancora scrivere sull’argomento senza ripetere quanto già scritto l’anno precedente. E quello prima ancora.
I dati
Potrei cominciare con i dati. Ce ne sono molti, sempre più aggiornati, dettagliati, corredati di grafici e percentuali. Ne cito solo uno, quanto mai indicativo: secondo uno studio pubblicato nel 2026 su The Lancet, tra il 1990 e il 2023 il numero di persone con disturbi mentali nel mondo è quasi raddoppiato, raggiungendo 1,17 miliardi. L’aumento non è però spiegabile soltanto con la crescita della popolazione: anche la prevalenza standardizzata per età è cresciuta del 24,2%. I disturbi mentali rappresentano ormai la principale causa di anni vissuti con disabilità a livello mondiale, con un peso particolarmente elevato nell’adolescenza.
I programmi
Oppure potrei proseguire con i programmi, che non mancano mai. Hanno nomi suggestivi, acronimi promettenti, obiettivi ambiziosi. Si parla di prevenzione, intervento precoce, continuità delle cure, integrazione dei servizi, centralità della persona. Tutte cose giuste, naturalmente. Talmente giuste che continuiamo a ripeterle da decenni, senza riuscire a tradurle sufficientemente in realtà.
Mentre le ripetiamo, infatti, il disagio psichico dei giovani cresce e i servizi continuano a non essere in grado di rispondere adeguatamente ai loro bisogni.
Due domande
Quest’anno, dunque, vorrei cominciare diversamente. Non dalle statistiche o dai programmi, ma da due domande: a che cosa servono la psichiatria e la psicoterapia? E perché sono diventato psichiatra e psicoterapeuta?
La risposta più nobile alla seconda domanda sarebbe forse che fin da ragazzo desideravo alleviare la sofferenza umana. Ma non è vero.
A me piacevano soprattutto la letteratura, la filosofia e la storia. Avrei voluto studiare quelle materie, ma non ne ho avuto il coraggio. Ho scelto medicina, una decisione che presentava un piccolo inconveniente: il rapporto con il corpo umano altrui mi metteva piuttosto a disagio. Non tanto per le sue alterazioni, le ferite o le menomazioni, quanto per il timore di non saper riconoscere correttamente e tempestivamente i segni della malattia attraverso le sue manifestazioni corporee.
La psichiatria mi è sembrata una ragionevole soluzione di compromesso. Una branca della medicina nella quale, pensavo, avrei potuto continuare a occuparmi di esseri umani, e magari anche della filosofia dei loro rapporti, senza dovermi confrontare troppo da vicino con alcuni degli aspetti più concreti della loro anatomia.
Naturalmente mi sbagliavo anche su questo. Ma intanto avevo scoperto qualcosa che mi affascinava davvero: cercare di comprendere che cosa accadesse nella mente dei giovani pazienti psicotici.
Come e perché si costruiva quel mondo, apparentemente tanto strano e inquietante, con le sue paure, le sue minacce, le sue convinzioni incrollabili? E soprattutto: era possibile incontrarsi, nonostante tutto, in qualche punto di quei mondi così differenti?
Limiti e consapevolezza
Non so se questa sia stata una motivazione particolarmente edificante per intraprendere una professione di cura. Certamente non era una missione. Era curiosità, accompagnata da una buona dose di incertezza.
Con il tempo ho imparato che riconoscere le proprie paure e i propri limiti può aiutare a comprendere quelli degli altri. Ma non basta certo a diventare buoni terapeuti. Per fortuna esistono la formazione, l’esperienza, l’analisi personale, la supervisione, i colleghi e, non da ultimo, i pazienti, che sanno essere insegnanti molto esigenti.
Torniamo allora alla Giornata mondiale della salute mentale.
Lo stato attuale della salute mentale
Se dovessi indicare gli aspetti più preoccupanti dell’attuale situazione della salute mentale, ne segnalerei quattro.
L’aumento dei disturbi psichici tra i giovani
Il primo è l’aumento dei disturbi psichici, in particolare tra i giovani. In Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità documentano un peggioramento del benessere psicologico degli adolescenti tra il 2018 e il 2022, più marcato tra le ragazze e nelle fasce d’età più avanzate. Tra gli 11 e i 15 anni fino a un terzo delle ragazze riferisce sintomi psicologici ricorrenti: ansia, irritabilità, tristezza, alterazioni del comportamento alimentare. L’ISTAT conferma, nella fascia 14–19 anni, un peggioramento del benessere mentale e un aumento dell’insoddisfazione per la propria vita, accentuati dopo la pandemia.
Mancanza di continuità delle cure
Il secondo è la mancanza di continuità delle cure, soprattutto nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Il problema non è soltanto statistico (i dati di bambini e adolescenti non sono integrati con quelli degli adulti) è clinico, organizzativo e, inevitabilmente, politico. Sappiamo quanto sia importante riconoscere precocemente i disturbi psichici, garantire continuità terapeutica, coinvolgere le famiglie quando opportuno, offrire interventi psicologici e psichiatrici integrati. Sappiamo che la transizione tra i servizi per minori e quelli per adulti rappresenta un momento particolarmente delicato. Sappiamo che non basta una diagnosi, e neppure una prescrizione, per costruire un percorso di cura.
Eppure continuiamo a comportarci come se tutto questo fosse ancora da scoprire.
Allungamento dei tempi d‘attesa
Il terzo problema è l’allungamento dei tempi d’attesa per la presa in carico, sia ambulatoriale sia ospedaliera. Si tratta di mesi: un intervallo che, per chi attraversa una crisi psichica, può avere conseguenze profonde.
Sdoppiamento tra trattamento medico-psichiatrico farmacologico e quello psicologico, psicoterapeutico
Il quarto è la tendenza, ancora molto radicata, a una sorta di sdoppiamento tra il trattamento medico-psichiatrico, prevalentemente farmacologico, e quello psicologico e psicoterapeutico. Una separazione che finisce per ricadere proprio sul paziente, costretto a confrontarsi con interventi e professionisti non sempre sufficientemente coordinati.
Tra il dire e il fare
C’è qualcosa di singolarmente familiare in questa situazione.
Da anni sappiamo che il cambiamento climatico è una minaccia concreta. Ne osserviamo le conseguenze, ne misuriamo l’accelerazione, ne conosciamo molti dei meccanismi. Eppure la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo rimane impressionante.
Non vorrei forzare il paragone. Il cambiamento climatico e i disturbi mentali sono fenomeni profondamente differenti. Ma condividono una caratteristica inquietante: la nostra straordinaria capacità di rimuovere dati e fenomeni che dovrebbero indurci ad agire, subito.
La sofferenza psichica dei giovani non è invisibile. Sono visibili l’isolamento, le difficoltà scolastiche, i disturbi alimentari, l’ansia, le depressioni, gli esordi psicotici, le famiglie che cercano disperatamente un aiuto. E sono visibili anche le liste d’attesa.
Talvolta sembra che preferiamo cercare un responsabile facilmente identificabile. I social network, per esempio. Certamente possono contribuire al disagio, amplificarlo e aggravarlo. Ma attribuire loro ogni responsabilità permette anche di evitare domande più scomode sulla scuola, sulla famiglia, sulle disuguaglianze, sulle prospettive che offriamo ai giovani e sull’organizzazione dei servizi.
La logica della forza
Nel frattempo, una parte crescente del dibattito politico sembra dominata da guerre, riarmo, rapporti di forza, competizione economica e sicurezza. Non sono questioni irrilevanti, naturalmente. Ma colpisce la facilità con la quale troviamo parole, risorse e urgenza per ciò che riguarda la forza, mentre continuiamo a rinviare ciò che riguarda la cura.
Perché occuparsi, invece, della fragilità e dunque della psichiatria? Perché dovremmo farlo come società e perché, come singoli, scegliamo di dedicarvi la nostra vita professionale?
Per cercare una risposta, vorrei tornare a una storia che mi aiuta a ricordare perché questo lavoro abbia un senso.
La storia di Anna
È la storia di una giovane paziente che chiamerò Anna.
Anna ha conosciuto fin dall’infanzia violenza, trascuratezza e paura. Ha attraversato paesi, lingue, ambienti culturali e istituzioni differenti. La sua vita è stata segnata da esperienze traumatiche e, successivamente, dalla psicosi. Anche il suo rapporto con i servizi psichiatrici è stato discontinuo, attraversato da ricoveri, diffidenza e interruzioni.
Quando l’ho conosciuta, costruire una relazione terapeutica non è stato semplice.
Anna poteva avvicinarsi e poi allontanarsi, chiedere aiuto e successivamente rifiutarlo. A volte non si presentava per settimane agli appuntamenti. Per molto tempo non ha voluto assumere farmaci.
Non è sempre stato facile seguirla.In un’occasione ho anche deciso di sospendere la terapia, dicendole che avrebbe potuto tornare quando si fosse sentita pronta a impegnarsi in un percorso più continuativo. Non so se sia stata la decisione migliore. So che era il tentativo di indurla a prendersi la responsabilità per sé stessa e che successivamente Anna mi ha ringraziato per averlo fatto.
Anna è tornata.
Poco alla volta qualcosa è cambiato. Non in modo lineare, naturalmente. Le relazioni terapeutiche, come quelle umane, hanno la fastidiosa abitudine di non rispettare i programmi che prepariamo per loro.
A un certo punto Anna ha accettato una terapia farmacologica a lunga durata d’azione. Ma a una condizione: che fossi io a somministrargliela.Un trattamento che per lei avrebbe potuto rappresentare un’imposizione diventava qualcosa che poteva scegliere di accettare attraverso una persona della quale aveva cominciato a fidarsi.
Oggi Anna sta meglio. Assume regolarmente la terapia, ha un’occupazione e riesce a immaginare un futuro.
Non è una guarigione da romanzo. Non so quali difficoltà dovrà ancora affrontare, né quanto durerà questa stabilità. E non so indicare con certezza quali fattori abbiano davvero contribuito in maniera più significativa ai suoi progressi, nei quali hanno avuto un ruolo anche altri professionisti, le cure farmacologiche, le circostanze della sua vita e soprattutto lei stessa.
Ma una cosa mi sembra importante: Anna ha potuto vivere la cura e qualcuno che si prende cura di lei e ha inoltre sperimentato che una relazione può interrompersi senza necessariamente finire per sempre. Che una rottura non equivale sempre a un abbandono. Che è possibile tornare, riprendere, tentare nuovamente.
Rompere è umano, riparare è terapia.
Ho riassunto questa esperienza con una frase in inglese, ispirata al lavoro di Jeremy Safran e Christopher Muran sulle rotture e le riparazioni dell’alleanza terapeutica:
Breaking is human, repair is therapy.
Rompere è umano, riparare è terapia.
Forse non è una cattiva definizione di ciò che cerchiamo di fare in psichiatria e psicoterapia.
Non vorrei, tuttavia, che questa storia venisse letta come una consolazione per le insufficienze delle politiche sanitarie. Sarebbe la conclusione più sbagliata.
Il fatto che una relazione terapeutica possa aiutare una giovane donna a ritrovare fiducia non rende meno necessarie strutture adeguate, personale qualificato, interventi precoci e continuità delle cure. Semmai il contrario: dimostra quanto sia importante creare le condizioni perché relazioni simili possano svilupparsi e durare.
Alla soglia dei sessantacinque anni, dopo molti anni di psichiatria, continuo a non sapere con certezza che cosa accada nella mente di un altro essere umano. In compenso, ho imparato a diffidare un po’ di più di chi sostiene di saperlo.
Forse è anche per questo che continuo a trovare interessante incontrare i giovani pazienti. Non perché possieda la strada che dovrebbero percorrere, ma perché talvolta posso accompagnarli per un tratto mentre cercano la propria.
Non so se Anna troverà definitivamente la sua strada. So soltanto che oggi può immaginare un futuro che, per molto tempo, sembrava non esserci.
In occasione della Giornata mondiale della salute mentale, mentre si susseguono statistiche, dichiarazioni e programmi, mi sembra una ragione sufficiente per continuare a occuparcene. Come singoli e come società.