“Qui nessuno è straniero”. Poche parole, scritte in più lingue su uno striscione preparato da bambini, insegnanti e genitori della scuola primaria Daneo di Genova e appeso al cancello dell’istituto. Venerdì mattina due agenti in borghese lo hanno rimosso. Lo striscione, realizzato in occasione dell’arrivo della Fiaccola della Pace, è stato restituito e riappeso dopo le proteste di insegnanti, alunni, genitori ed istituzioni. La Questura ha avviato accertamenti sulle ragioni dell’intervento.
Non vorrei entrare qui nella polemica politica sul recente decreto del governo riguardante la presenza degli alunni stranieri nelle classi. L’episodio genovese mi interessa piuttosto perché pone una domanda più generale: che cosa significa oggi sentirsi sicuri e quale compito può avere la scuola nella costruzione di questa sicurezza?
Protezione e sicurezza
La domanda riguarda inevitabilmente anche il modo in cui guardiamo chi è diverso da noi. E, prima ancora, il modo in cui impariamo a distinguere ciò che costituisce realmente un pericolo da ciò che, per ragioni individuali o collettive, viene percepito come tale.
Un anno fa Romina Rotondo, in un articolo significativamente intitolato Uscita di sicurezza, pubblicato su Passione e Linguaggi, partiva proprio dall’ambiguità di questa parola. Sicurezza deriva da securitas, a sua volta da sine cura: senza preoccupazione, senza affanno. Ma proprio un diritto che dovrebbe liberarci dalla paura può trasformarsi, paradossalmente, in uno strumento che la paura alimenta.
Rotondo lo esprime in un passaggio che mi sembra oggi particolarmente attuale:
«Se quindi quel sine cura, mancanza di preoccupazione, ansia, è l’obiettivo da realizzare del diritto alla sicurezza, soprattutto in un contesto democratico, l’aspetto educativo rispetto alla distinzione di un pericolo reale rispetto ad uno percepito diventa una pratica di educazione alla cittadinanza e di apprendimento della relazione oggi indispensabili.»
Spazio fisico e spazio digitale
La questione diventa ancora più complessa perché bambini e adolescenti abitano ormai contemporaneamente almeno due spazi. C’è quello fisico: la casa, la strada, il quartiere, la scuola, l’incontro con chi viene da altrove. E c’è quello digitale, assai meno delimitabile, nel quale si incontrano persone, immagini, racconti, chatbot, appartenenze e modelli con una facilità che rende spesso illusoria la possibilità di esercitare dall’esterno un controllo completo.
Rotondo insiste giustamente su questo paradosso: possiamo sapere attraverso un cellulare dove si trova nostro figlio e ignorare, nello stesso momento, dove si trovi emotivamente mentre attraversa gli spazi virtuali. Cyberbullismo, isolamento, social network e ora anche chatbot basati sull’intelligenza artificiale mostrano quanto sia insufficiente pensare alla sicurezza esclusivamente in termini di sorveglianza.
La risposta educativa non può allora consistere semplicemente nel tenere qualcosa — o qualcuno — fuori dalla porta.
Educazione alla sicurezza e mentalizzazione
C’è infatti un ulteriore paradosso. Più cerchiamo di costruire identità proteggendole da ciò che è diverso, più rischiamo di renderle fragili. Un’identità non nasce soltanto da ciò che riconosciamo come nostro, ma anche dall’incontro con ciò che non lo è: dal confronto, dalla differenza, talvolta persino dal conflitto.
La paura, al contrario, tende a restringere questo spazio. Quando ci sentiamo minacciati diventa più difficile interrogarci su ciò che l’altro pensa, sente o intende. Siamo più facilmente portati ad attribuirgli intenzioni ostili, a ricondurlo a categorie semplici, a trasformare una differenza in un pericolo. È anche ciò che, in termini psicologici, possiamo descrivere come una temporanea riduzione della capacità di mentalizzare: proprio quando avremmo più bisogno di comprendere la mente dell’altro, rischiamo di vederne soltanto l’appartenenza, il comportamento, l’etichetta.
Educare alla sicurezza potrebbe significare allora anche questo: non eliminare ogni possibile fonte di inquietudine, ma aiutare bambini e adolescenti a tollerare una quota di incertezza sufficiente per continuare a pensare. A chiedersi chi sia l’altro prima di decidere che cosa rappresenti. E, nello stesso movimento, a chiedersi chi siano loro.
Straniero ed estraneo
È qui che un’altra distinzione proposta da Rotondo diventa particolarmente preziosa: quella tra straniero ed estraneo.
Essere stranieri è una condizione che, in fondo, possiamo sperimentare tutti. Basta attraversare un confine. Diventare estranei è un’altra cosa. Significa essere collocati fuori da un’appartenenza condivisa, trasformare una differenza in una distanza e, in determinate condizioni, quella distanza in una minaccia.
Rotondo racconta un’esperienza svolta nelle scuole a partire da una domanda apparentemente semplicissima: «Da dove vieni?». Rivolta soltanto al bambino di origine straniera può diventare un modo per indicarlo come diverso. Rivolta a tutti, produce invece risposte inattese: un nonno nato altrove, una famiglia che ha cambiato città, genitori provenienti da paesi diversi. Le identità che sembravano compatte cominciano così a mostrare storie, migrazioni, sovrapposizioni, appartenenze multiple.
La stessa domanda può dunque separare oppure aprire un racconto.
Compiti della scuola
Ed è forse questo uno dei compiti più importanti della scuola: non stabilire quali identità siano giuste, ma creare le condizioni perché possano essere raccontate, ascoltate e confrontate. Perché l’identità non è soltanto qualcosa che possediamo. È anche qualcosa che costruiamo nel modo in cui raccontiamo noi stessi e nel modo in cui gli altri accolgono, contestano o riconoscono quel racconto.
Questo vale ancora di più quando nel racconto entra il disagio. Un ragazzo che si ritira, che ha paura, che non riesce a trovare il proprio posto nel gruppo, che sperimenta il proprio corpo o la propria identità come qualcosa di incerto, può certamente aver bisogno di una diagnosi e di una cura. Ma ha anche bisogno che ciò che vive possa diventare racconto prima di essere soltanto comportamento da controllare o etichetta con cui identificarlo.
Racconti, disagi, identità
Sono, non casualmente, le tre parole scelte come sottotitolo di C’era una volta un Sé, il convegno he si terrà il 3 ottobre al Liceo Arnaldo di Brescia. Il programma mette insieme prospettive differenti: il racconto letterario del disagio, la voce degli studenti, il ruolo della diagnosi neuropsichiatrica nella costruzione dell’identità durante l’adolescenza, le sfide che seguono questa fase della vita e, infine, un gruppo Balint, nel quale saranno proprio il racconto e l’ascolto a diventare esperienza condivisa.
Non per trovare una definizione definitiva di ciò che un adolescente è, ma forse per comprendere meglio qualcosa del processo attraverso il quale sta diventando se stesso.
Qui nessuno è straniero
E allora possiamo tornare a quel cancello di Genova.
«Qui nessuno è straniero» non deve necessariamente significare che le differenze scompaiano. Al contrario: possiamo rimanere differenti senza per questo diventare estranei.
Quelle stesse parole, curiosamente, erano risuonate poco più di un anno prima in un luogo assai diverso. Nel febbraio 2025, inaugurando l’anno accademico dell’Università per Stranieri di Perugia, Sergio Mattarella aveva ripreso un’espressione appena pronunciata dal rettore dell’Ateneo: «Nessuno qui è straniero». L’aveva definita «magnifica», collegandola alle «preziose diversità» che possono diventare una ricchezza reciproca e alla cultura come veicolo di dialogo.
Forse proprio qui sta uno dei compiti della scuola. Una scuola sicura non è necessariamente un luogo senza differenze, conflitti o inquietudini, ma un luogo nel quale questi possono essere pensati, raccontati e ascoltati. Un luogo nel quale si possa essere stranieri senza diventare estranei.
Perché è anche attraverso i racconti — e talvolta attraverso i racconti del proprio disagio — che impariamo a riconoscere l’identità dell’altro e a costruire la nostra.