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Storie di ordinaria sofferenza

Fiorenza ha 23 anni. Ha sofferto molto quando la madre ha avuto una depressione e nessuno capiva cosa avesse, tanto meno Fiorenza che era poco più di una ragazza. Ha cercato di aiutare la madre come poteva ma anche Fiorenza poco dopo ha sviluppato un un disagio psichico che l’ha portata a dubitare di tutto e di tutti in particolare delle persone a lei più care. Tutto era buio, tutti la ingannavano e lei era convinta che non ce l’avrebbe fatta ad uscirne. Si è rivolta al suo medico di famiglia che le ha prescritto dei farmaci. È guarita ma la sua è stata una sofferenza molto intensa della quale non può, non vuole ricordare ancora nulla. Anche per questo non le è pesato più di tanto doversi trasferire con i genitori, qualche anno dopo, in un’altra nazione alla ricerca di lavoro. Ha fatto nuove amicizie e ha incontrato un nuovo ragazzo. Quando la ditta per cui lavora è stata costretta a chiudere per il Lockdown Fiorenza è tornata a trascorrere prevalentemente le sue giornate a casa, vicino alla madre, gli spettri del passato sono nuovamente affiorati e con loro i dubbi, le paure, il malessere. Questa volta si è rivolta, tramite il suo medico curante, ad uno psichiatra ed ha accettato di avviare, insieme ad una cura farmacologica, anche una psicoterapia. Ora sta bene ma la paura di ricordare rimane.
Enrico ha 40 anni, ha trascorso la sua infanzia con i nonni nel paese d’origine dei genitori che intanto lavoravano e litigavano in un paese straniero. Era un bambino un po’ in carne che cercava nel cibo quello che non aveva nelle relazioni. I bambini, possono essere, come tutti sappiamo e spesso fingiamo di dimenticare, molto crudeli e non perdevano occasione per deriderlo. Un parente ha fatto di molto peggio. Enrico ha sviluppato un complicato sistema per riconoscere i pochi buoni e i molti i cattivi, un sistema di riconoscimento che ha tenuto peraltro per sé per decenni. Solo dopo anni di psicoterapia se l’è sentita di rivelare il suo segreto e il nucleo delle sue paure, che a prima vista appaiono come ipocondrie. Enrico ha creato, non senza difficoltà, una famiglia nella quale si trova a proprio agio ma è stato meno fortunato sul lavoro dal quale cerca conferme e nel quale è andato invece incontro a diversi incidenti per fortuna non gravi, ma che ne hanno ridotto le capacità lavorative. Ogni volta è riuscito tuttavia, anche se con un persistente senso di angoscia, a superare le difficoltà. Poi ha preso il COVID-19 in forma per fortuna lieve, non ha dovuto nemmeno essere ricoverato ma ha dovuto rimanere a casa confinato in stanza, cosa che per lui è una tortura. Quando poi, tornato al lavoro, il “capo” si è messo a criticarlo non ce l’ha più fatta e di punto in bianco se n’è andato via dal lavoro.
Maria ha 55 anni. È un apprezzata maestra elementare che, come tiene a dire fin dalla sua prima consultazione, non ha mai saputo cosa fossero i disturbi psichici. Tutto sarebbero iniziato con un’allergia nella primavera dello scorso anno. L’allergia non l’avrebbe lasciata dormire, l’insonnia l’ avrebbe resa sempre più nervosa sempre più insicura e sempre più triste. Nel corso degli incontri successivi emerge che parallelamente all’allergia Maria è stata molto disturbata dai cambiamenti delle abitudini lavorative nella sua scuola, dalle misure di prevenzione anti-COVID-19 e dal distanziamento dai bambini che non le ha consentito quella spontaneità e immediatezza a cui lei era tanto abituata e a cui lei tanto teneva. Lei riconosce che tutti si sarebbero dati molto da fare per lei, il medico curante a cercare nuove cure, il preside a studiare nuove modalità lavorative, le sue amiche a rincuorarla mentre il marito, pur sforzandosi, non sarebbe riuscito a capirla. Poi è andata da uno psichiatra che è riuscito un po’ a capirla e lei ha potuto così ammettere, senza vergognarsene troppo, di avere quel disturbo psichico che lei non aveva mai avuto.
Più di un terzo della popolazione italiana ed europea ce l’ha. Tutti noi siamo Fiorenza Enrico Maria a e a tutti noi può capitare di andare incontro ad un disturbo psichico, scatenato o meno dalla pandemia.
I dati statistici fino ad ora raccolti sembrano dimostrare effettivamente, almeno nei paesi occidentali, un incremento significativo, in alcuni studi sino al 20- 30% dei disturbi psichici nel 2020/2021 in particolare degli stati ansiosi, delle depressioni e dei disturbi post traumatici da stress. I dati dei suicidi invece non sembrano mostrare un aumento. (Lancet Psychiatry Article, showed that, in the early months of the pandemic, suicide numbers largely remained unchanged or declined in 21 high-income and upper-middle-income countries) Studi su precedenti pandemie, anche se naturalmente di portata molto più ridotta rispetto a quella attuale, sembrano dimostrare un’evoluzione tutto sommato favorevole a lunga distanza dei disturbi psichici insorti in corso di pandemia nel senso che sono destinati per la maggior parte a rientrare senza lasciare danni significativi.

Cosa fare dunque di fronte alla sofferenza delle tante Fiorenza, Enrico, Maria e di tutti noi? Pagare otto sedute dallo psicologo ai lavoratori autonomi che sarebbero stati colpiti maggiormente dalle conseguenze economiche della pandemia come è stato fatto in Belgio non mi sembra risolva il problema. Come ho cercato di dimostrare con questi casi, semplici e al contempo complessi, i fattori che determinano lo sviluppo, l’accentuazione e la ripresa di un disturbo psichico durante o dopo la pandemia sono molteplici ed hanno solo in parte a che fare con la condizione finanziaria del soggetto. Non che questa sia ininfluente ma molto più decisivi sono altri fattori (sia favorevoli che sfavorevoli) che dipendono dalla storia personale e in particolare dalle relazioni attuali e dai legami con le persone più significative del passato. Migliore è la capacità relazionale, migliore è anche la prognosi.
La strategia migliore per favorire una precoce diagnosi e terapia per le persone che soffrono di disagio psichico è di rendere il più facilmente accessibili le cure stesse. Può sembrare lapalissiano ma è molto più difficile di quanto sembra.  Decisivo è il fatto che tanto gli adulti quanto ragazzi e adolescenti possano rivolgersi il più rapidamente possibile e senza remora alcuna al medico di base (eventualmente allo psicologo di base qualora venisse istituito) e tramite questo alle strutture psichiatriche ambulatoriali destinate alla diagnosi e alla cura dei disturbi psichici (che non sono COVID-19 specifici!). Il collo di imbuto si crea però proprio a livello delle strutture ambulatoriali territoriali, i CPS per gli adulti, e le strutture di neuropsichiatria infantile per ragazzi/adolescenti/bambini/e, ove i tempi di attesa sono lunghi e le possibilità di psicoterapie incisive ridotte. Oltre a potenziare le strutture territoriali psichiatriche per gli adulti/ adolescenti/ bambini/e, cosa appunto già prevista dal piano nazionale PNNR, varrebbe allora la pena di ragionare senza pregiudizi sulla possibilità di una assicurazione psicoterapeutica privata. L’ipotesi che le strutture territoriali pubbliche riescano a seguire tutti i pazienti adulti e minorenni che necessitano di psicoterapie è a dir poco illusoria, come dimostra anche l’esperienza dell’Inghilterra dal quale noi abbiamo sostanzialmente ripreso il SSN. Nonostante le belle affermazioni di principio, la realtà è che le psicoterapie con libera scelta dello psicoterapeuta possono permettersele solo le persone che hanno i soldi. Le nostre strutture territoriali psichiatriche garantiscono un buono e talvolta ottimo trattamento ambulatoriale dei pazienti psicotici e dei pazienti con gravi disturbi della personalità. Persone con disturbi più “lievi” ma non per questo fonte di minor sofferenza (quali stati ansiosi, stati depressivi ricorrenti, disturbi di adattamento, disturbi di personalità non gravi) non trovano generalmente adeguato sostegno nelle strutture pubbliche. In questi casi inoltre la libera scelta dello psicoterapeuta è decisiva perché se la “chimica” (come si dice in tedesco) tra psicoterapeuta e paziente non funziona, non funziona nemmeno la psicoterapia. Sarebbe dunque quanto mai importante che i pazienti potessero scegliere la/lo psicoterapeuta tra quelli privati. Per non doversi accollare però tutte le spese della psicoterapia, si può proporre un’ assicurazione psicoterapeutica privata per la quale ogni cittadino dovrebbe versare un certo contributo mensile/annuale che gli garantisca il rimborso (almeno all’80% – 90 %) delle sedute psicoterapeutiche molto costose proprio perché durature. (Prendendo esempio da quanto avviene in paesi centro europei sarebbe inoltre possibile per pazienti a reddito molto basso usufruire di terapie meno costose condotte da psicoterapeuti in fase di specializzazione presso centri universitari a loro volta in supervisione presso i loro formatori). Un sistema misto di questo genere renderebbe finalmente più facile l’accesso alle cure psicologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche e renderebbe a tutti noi familiare l’idea che tutti possiamo avere un disturbo psichico curabile con una psicoterapia. Questo sistema continuerebbe a garantire un servizio di assistenza per i pazienti psichiatrici più gravi a carico dei servizi territoriali mentre per le cure psicoterapeutiche di lunga durata, in cui gli aspetti soggettivi sono prevalenti, il paziente potrebbe scegliere tra un servizio territoriale essenziale e un servizio privato (che il paziente stesso tramite tale assicurazione finanzia) in cui la scelta dello/a psicoterapeuta è libera, il ché si tradurrebbe anche in una attività lavorativa per molti psicoterapeuti privati. Vista le gravi difficoltà finanziarie attuali, lo Stato si potrebbe assumere l’onere di un iniziale contributo ovvero di una detrazione dalle imposte per le assicurazioni psicoterapeutiche delle persone più bisognose imprimendo così un effetto di volano ad un sistema destinato successivamente a regolarsi autonomamente.
Pensare che tutti possiamo avere un disturbo psichico, che possiamo aver bisogno di una psicoterapia e che questa non deve essere a disposizione solo delle persone benestanti è il modo più efficace per innovare un sistema psichiatrico-psicoterapeutico come il nostro che è egualitario solo sulla carta. Fiorenza, Enrico, Maria siamo tutti noi. Non possiamo garantire a nessuno che non svilupperà un disturbo psichico, possiamo e dobbiamo però intervenire perché anche la psicoterapia, come qualsiasi altra forma di terapia, sia a disposizione di tutti.

Immagine tratta da @IrenaBuzarewicz

Suggerimento musicale: Max Richter, Prelude 2