Imparare ad essere lasciati

Amore, possesso e la mente dell’altro

Tanti cercano di insegnare, più o meno bene, ad amare, alcuni si premurano anche di spiegare come lasciare il partner o la partner quando il rapporto è diventato o rischia di diventare tossico. Difficilmente ci viene insegnato a essere lasciati.


Eppure poche esperienze mettono alla prova la nostra capacità di riconoscere l’altro come persona separata quanto sentirgli dire: non ti voglio più. La persona che fino a ieri ci amava, o almeno pensavamo ci amasse, improvvisamente vuole qualcosa di diverso da noi. Può amare qualcun altro. Può voler vivere senza di noi. Può semplicemente non volerci più.
È un’esperienza dolorosa, a volte devastante. Ma il dolore contiene una domanda che va oltre la nostra personale sofferenza e che ci domanda fino a che punto siamo capaci di continuare a riconoscere la libertà dell’altro proprio quando quella libertà ci ferisce.


Questa domanda diviene poi cruciale quando parliamo della violenza degli uomini sulle donne nella forma estrema, del femminicidio. Naturalmente sarebbe semplicistico immaginare una causa unica di un fenomeno nel quale confluiscono fattori individuali, relazionali, sociali e culturali. Ma proprio per questo può essere utile provare a collegare prospettive diverse: ciò che sappiamo della cultura del dominio maschile, quello che la ricerca ci dice sui fattori di rischio e sulla prevenzione della violenza, e infine ciò che la psicologia può suggerirci sulla capacità di riconoscere nell’altro una mente autonoma.


Il dominio che non sappiamo di esercitare


Uno dei più importanti lasciati teorici del femminismo da Lea Melandri a Pierre Bourdieu è che il dominio maschile non sopravvive soltanto perché qualcuno lo proclama o lo impone consapevolmente. Sopravvive anche perché si incorpora.
Le categorie attraverso le quali uomini e donne imparano a vedere se stessi, il proprio corpo e l’altro finiscono per apparire naturali proprio perché ne abbiamo dimenticato l’origine sociale.
Il patriarcato non è  soltanto un’ideologia alla quale si aderisce oppure no. Può sopravvivere dentro di noi senza che ce ne accorgiamo, nelle aspettative, nei gesti, nel modo di vivere la gelosia, nella pretesa di sapere dove sia l’altra persona, con chi parli, che cosa desideri; persino nell’idea apparentemente innocente che, se qualcuno ci ama, qualcosa ci sia dovuto
Bourdieu rintraccia il patriarcato anche nella sessualità. Nella costruzione tradizionale del rapporto tra i sessi, al maschile vengono associati l’attività, la conquista e il possesso; al femminile la passività e la disponibilità. Il desiderio stesso può così intrecciarsi con il potere: il desiderio maschile assumere la forma della conquista, quello femminile essere pensato attraverso la disponibilità allo sguardo e al desiderio dell’uomo.
Le trasformazioni degli ultimi decenni hanno profondamente modificato questo scenario. L’autonomia economica, sociale, sessuale e affettiva delle donne ha messo in discussione ruoli secolari consentendo per fortuna nuove possibilità di relazione, più egualitarie e libere. La maggiore libertà comporta inevitabilmente anche maggiore capacità di rispetto della libertà stessa: se l’altro è libero di sceglierci, deve essere libero anche di non sceglierci più.
È qui che la questione del potere incontra quella della perdita.


Dal possesso al rischio: che cosa sappiamo


Le ricerche sul femminicidio dimostrano che non esiste un profilo psicologico semplice dell’uomo che uccide la partner né una sequenza inevitabile che conduca dalla gelosia all’omicidio. I modelli più accreditati sono ecologici: considerano l’interazione tra caratteristiche individuali, storia della relazione, ambiente sociale e norme culturali.
Ma alcuni elementi ricorrono.
Nel volume europeo Femicide across Europe: Theory, Research and Prevention, Policy Press, 2018 i fattori di rischio per il femminicidio da partner comprendono per l’autore problemi legati all’uso di sostanze; precedenti criminali; precedente violenza da partner (IPV); possesso di armi da fuoco; essere stato vittima di abuso infantile/esposto a IPV; problemi di salute mentale; svantaggio sociale. Sul piano sociale, isolamento e insufficienza delle reti di sostegno, ma anche atteggiamenti che accettano la violenza contro le donne, quali atteggiamenti di “male sexual proprietariness” e il senso maschile di entitlement, cioè di avere diritto a ottenere dalle donne ciò che si desidera.
Alcuni segnali sono particolarmente allarmanti e tra questi c’è proprio la percezione del rischio da parte della donna stessa, il fatto cioè che la donna dichiari di temere di essere uccisa o che vengano uccisi dal partner figli o familiari.
Sono dati importanti anche perché impediscono di psicologizzare il problema. Quando questi segnali compaiono, la priorità è proteggere la donna, valutare il rischio e interrompere la violenza.

La prevenzione comincia molto prima 


La prevenzione, tuttavia, comincia molto prima.
Ed è proprio qui che le cose diventano più complicate. Da anni scuole e università sperimentano programmi sulla violenza nelle relazioni, sul consenso, sugli stereotipi e sul ruolo di chi assiste a comportamenti abusivi. Molti funzionano. Ma non necessariamente nel modo che vorremmo.
Una meta-analisi sui programmi di prevenzione della dating violence nelle università ha selezionato, dopo oltre 14.000 risultati iniziali, 31 studi che fornivano 53 misure indipendenti dell’effetto. Gli interventi erano spesso brevi e i risultati venivano valutati immediatamente dopo la loro conclusione. Nel complesso, i programmi miglioravano conoscenze e atteggiamenti e la percezione della propria capacità o intenzione di intervenire come bystander. Gli autori rilevavano però che rimaneva molto più lavoro da fare sul versante del comportamento effettivo.
Altre revisioni citate dagli stessi autori restituiscono un quadro ancora più prudente: negli adolescenti alcuni miglioramenti osservati immediatamente dopo gli interventi non si mantenevano nel tempo e, più complessivamente, l’efficacia dei programmi risultava eterogenea.
Non significa che informare sia inutile. Al contrario. Sapere che cosa sia il consenso, riconoscere la violenza psicologica, conoscere i segnali di abuso e sapere quando intervenire sono obiettivi indispensabili.
Ma forse sapere non basta.


Sapere che cosa pensa l’altro


È a questo punto che potrebbe essere utile introdurre un concetto proveniente da un territorio apparentemente lontano: la mentalizzazione.
Mentalizzare significa, in termini molto semplici, cercare di comprendere il comportamento proprio e altrui attraverso pensieri, emozioni, desideri e intenzioni. Ma significa contemporaneamente ricordare una cosa altrettanto importante: la mente dell’altro non ci è mai completamente accessibile.
Non sappiamo esattamente che cosa un’altra persona pensa. Facciamo ipotesi. Le confrontiamo con quello che dice e fa. Possiamo correggerle.
In condizioni normali lo facciamo continuamente. Quando però siamo emotivamente molto coinvolti — impauriti, innamorati, gelosi, umiliati, arrabbiati — questa capacità può restringersi. Le ipotesi diventano certezze.
Non risponde al mio messaggio: mi sta ignorando.
Esce con le amiche: vuole farmi ingelosire.
Parla con un altro: mi sta tradendo.
Mi lascia: vuole umiliarmi.
Il problema non consiste soltanto nell’aver formulato un’interpretazione sbagliata. È aver dimenticato che si tratta di un’interpretazione.
Da questo punto di vista, il contrario della mentalizzazione non è semplicemente la mancanza di empatia. Può essere qualcosa di apparentemente opposto: la certezza di conoscere perfettamente la mente dell’altro.
Ed è qui che la prospettiva psicologica potrebbe incontrare quella sociologica da cui siamo partiti. Se una cultura ci ha abituati, magari inconsapevolmente, a considerare la relazione amorosa anche in termini di possesso, il momento nel quale l’altra persona rivendica radicalmente la propria autonomia — dicendo no, scegliendo qualcun altro, decidendo di andarsene — può diventare particolarmente difficile da pensare.
Senza ipotizzare connessioni causali tra violenza sulla donna e mancanza di mentalizzazione, attualmente non disponibili, mi permetto una domanda molto più modesta: potremmo allenare prima, molto prima della violenza, la capacità di riconoscere l’altro come una mente separata dalla nostra proprio nelle situazioni nelle quali farlo diventa più difficile?


Quattro incontri


Si potrebbe cominciare con un piccolo esperimento nelle scuole superiori.
Non un’altra lezione per spiegare ai ragazzi che la violenza è sbagliata. E neppure quattro conferenze sul patriarcato. Un laboratorio nel quale ragazzi e ragazze possano lavorare su situazioni che conoscono bene: un messaggio senza risposta, una password richiesta, una fotografia sui social, un rapporto sessuale, una gelosia, un rifiuto, una separazione.
Quattro incontri potrebbero essere sufficienti almeno per verificare se l’idea meriti di essere sviluppata.


1. Non mi risponde
Un messaggio visualizzato, nessuna risposta.
Potrebbe sembrare una situazione banale. Proprio per questo è interessante. Che cosa è realmente accaduto? So che il messaggio è stato visualizzato. Posso sentirmi trascurato, arrabbiato o impaurito. Ma quando penso “lo fa apposta per ferirmi”, sono già entrato in un terzo territorio: sto attribuendo un’intenzione.
Il primo esercizio sarebbe dunque semplicissimo:
Che cosa so? Che cosa sento? Che cosa immagino? E soprattutto : quali altre spiegazioni sono possibili?
Non per trovare quella giusta, ma per riscoprire che ne esiste più di una.


2. Se mi ami, dammi la password
Il secondo incontro potrebbe riguardare gelosia e controllo, soprattutto nella loro versione digitale.
Con chi stai parlando? Perché eri online? Perché hai messo quel like? Fammi vedere il telefono. Mandami la posizione.
Nessuno di questi comportamenti, preso isolatamente, permette automaticamente di definire una relazione violenta. Il punto è osservare la trasformazione attraverso la quale il desiderio di vicinanza può diventare pretesa di accesso all’altro.
E soprattutto chiedersi che cosa ci sia sotto il controllo. Paura di perderlo? Insicurezza? Vergogna? Bisogno di conferma?
Mentalizzare non significa giustificare il controllo. Significa provare a riconoscere l’emozione che lo alimenta senza trasformarla in un diritto sulla libertà dell’altro.


3. Prima aveva detto sì
Il terzo incontro riguarderebbe il consenso.
Naturalmente bisogna sapere che un no significa no. Ma si può andare un passo oltre. Il consenso non è soltanto una regola giuridica o morale: implica continuare a riconoscere nell’altro una mente capace di cambiare.
Un sì pronunciato all’inizio di un incontro non determina ciò che l’altra persona desidererà un’ora dopo.
Anche qui la domanda mentalizzante è elementare e difficilissima: che cosa desidera l’altro adesso?
E quando non lo sappiamo, non si tratta di indovinare. Si tratta di chiedere.


4. Imparare a essere lasciati.
L’ultimo incontro sarebbe probabilmente il più importante.
La nostra cultura ha prodotto una quantità sterminata di racconti su come innamorarsi, sedurre e conquistare. Molto meno spazio è dedicato a una competenza affettiva altrettanto fondamentale: perdere qualcuno senza distruggere né l’altro né se stessi.
Essere lasciati può produrre dolore, rabbia, vergogna, senso di fallimento, gelosia, temporaneamente anche odio. Non avrebbe alcun senso educare fingendo che queste emozioni non esistano o siano moralmente riprovevoli.
L’esercizio è un altro: riuscire a mantenere contemporaneamente nella mente due proposizioni che, sotto la pressione della perdita, possono sembrare incompatibili:
Sto soffrendo terribilmente perché mi lasci.
e
Tu hai il diritto di lasciarmi.
È forse questo il punto nel quale mentalizzazione e libertà dell’altro si incontrano nel modo più radicale.


Un esperimento, non una ricetta


Naturalmente quattro incontri non prevengono il femminicidio.
Proprio per questo il progetto dovrebbe nascere come esperimento valutabile.
Si potrebbero confrontare, prima e dopo gli incontri e nuovamente a distanza di alcuni mesi, le risposte dei ragazzi a brevi scenari relazionali: quanto rapidamente un comportamento ambiguo viene interpretato come intenzionale; quante spiegazioni alternative il ragazzo riesce a immaginare; come valuta il controllo digitale; quanto riconosce l’autonomia del partner; come comprende il consenso; come reagisce, almeno nelle situazioni simulate, al rifiuto e alla separazione.
Si potrebbe soprattutto verificare se gli eventuali cambiamenti sopravvivano dopo qualche mese.
E bisognerebbe essere disposti anche a scoprire che non funziona. Perché proprio la letteratura sulla prevenzione ci ricorda la distanza che può separare il cambiamento di conoscenze e atteggiamenti dal cambiamento dei comportamenti.
Sarebbe comunque un modo per spostare leggermente la domanda.
Non soltanto: come insegniamo ai ragazzi che non devono essere violenti?
Ma: quali capacità psicologiche permettono di continuare a vedere nell’altro un soggetto proprio quando ciò che l’altro vuole ci fa soffrire?
Forse prevenire la violenza significa anche insegnare qualcosa che raramente consideriamo materia di apprendimento: perdere.
Accettare che qualcuno che abbiamo amato possa desiderare altro, scegliere altro, scegliere qualcun altro. La mentalizzazione non elimina il dolore del rifiuto e non pretende di farlo. Potrebbe forse aiutarci in un compito più modesto e, proprio per questo, molto difficile: continuare a riconoscere una mente nell’altro quando quella mente non vuole più ciò che vogliamo noi.
Imparare ad amare è importante.
Imparare a essere lasciati potrebbe esserlo altrettanto.