Democrazie: il futuro che non riusciamo più a immaginare

I nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede nell’irresistibile forza di pacificazione della tolleranza. Erano onestamente convinti che i contrasti tra le nazioni e tra le diverse confessioni religiose si sarebbero dissolti in un comune senso di umanità, elargendo così al mondo intero i beni supremi: pace e sicurezza.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, Newton Compton

Stefan Zweig, ricordando l’Europa nella quale era cresciuto, descrive proprio quest’illusione: un mondo convinto che il progresso della civiltà liberale fosse ormai acquisito e che tolleranza, razionalità e benessere avrebbero progressivamente sottratto spazio alla violenza e al nazionalismo. Sappiamo come andò a finire.
Forse oggi corriamo un rischio speculare. Non quello di considerare irreversibile il progresso, ma di considerare irreversibile il declino dell’Europa e della democrazia in generale.


Il sondaggio


Un recente sondaggio  dell’European Council on Foreign Relations, condotto su 5.800 cittadini di Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito accompagnato dall‘analisi del modo in cui si parla dell’Europa nella politica e nei media di 15 paesi europei e ripreso, tra l’altro, dal Guardian, restituisce l’immagine di un’Europa attraversata da una singolare contraddizione: un’opinione pubblica ambiziosa nelle proprie aspirazioni, ma disillusa.

Il 73 per cento degli intervistati vorrebbe un’Europa forte e unita, associata a pace, sicurezza e prosperità; appena il 13 per cento auspica meno Europa o la dissoluzione dell’Unione. E tuttavia il 74 per cento giudica negativamente la capacità europea di affrontare le sfide attuali, il 68 per cento parla del continente in termini di declino o deterioramento e il 56 per cento ritiene minacciato il suo futuro. Il desiderio, dunque, sopravvive, ma la fiducia nella possibilità della sua realizzazione futura è profondamente in crisi. Gli autori della ricerca parlano al riguardo di un imagination gap.
La mentalizzazione può forse aggiungere qualcosa all’analisi politica. Mentalizzare significa anche riuscire a mantenere aperta la distanza fra ciò che sentiamo, ciò che immaginiamo e ciò che effettivamente accadrà. Quando l’incertezza e la paura aumentano, questa distanza può restringersi: il futuro finisce per assumere i colori del presente. Ciò che oggi appare minacciato viene vissuto come inevitabilmente perduto.
L’Europa di Zweig non riusciva a immaginare la catastrofe. L’Europa di oggi rischia forse di non riuscire a immaginare l’alternativa alla catastrofe.


Il ritorno di ciò che sembrava scomparso


Proprio da Zweig prende le mosse Rafael Behr in un editoriale del Guardian,  per interpretare e commentare l’attuale situazione europea.
Behr, guardando alla preoccupante crescita dell’AfD in Germania e, più generalmente, delle destre radicali europee e mondiali, si chiede quanto tempo resti alle democrazie europee per allontanarsi dall’abisso?
Uno degli aspetti più interessanti che emerge dalla sua analisi è il carattere transnazionale di movimenti che fanno del nazionalismo la propria bandiera. L’autore collega le destre radicali europee, quali appunto l’AfD, all’influenza del movimento Maga statunitense, al sostegno di Elon Musk e alle relazioni con la Russia. La sua tesi è che esista una rete transnazionale di sostegno ideologico, mediatico e politico capace di rafforzare movimenti nazionalisti che, sul piano teorico, dovrebbero essere rivali.
Partiti e leader che rivendicano la priorità assoluta dell’interesse nazionale riescono nello stesso tempo a riconoscersi reciprocamente, a condividere linguaggi e avversari e, in alcuni casi, anche se non sempre, a sostenersi politicamente.

Dalla protesta alla proposta 


Se però i nazionalismi possono allearsi finché definiscono ciò contro cui combattono; diventano molto meno facilmente conciliabili quando devono stabilire quale interesse nazionale debba prevalere. L’esempio dei rapporti tra Farage e Bardella mostra come un accordo simbolico sull’immigrazione possa diventare politicamente problematico quando deve tradursi in decisioni concrete, quando cioè, come si dice in politica, bisogna passare dalla facile protesta alla ben più difficile proposta.

Dal punto di vista della mentalizzazione, si potrebbe sostenere, che in condizioni di forte polarizzazione politica diventa più difficile mantenere una rappresentazione complessa dell’altro. L’avversario cessa progressivamente di essere qualcuno di cui dobbiamo ancora comprendere intenzioni, paure e ragioni: immaginiamo già di sapere cosa vuole. Le nostre paure diventano le sue intenzioni: vuole sostituirci, impoverirci, cancellare la nostra identità, distruggere il nostro modo di vivere.
Naturalmente la non-mentalizzazione non appartiene a questo o quel movimento, alla destra o alla sinistra; è una possibilità umana che la polarizzazione favorisce. Mentalizzare aiuta forse a comprendere perché sia più semplice costruire coalizioni intorno a un nemico condiviso che intorno a una rappresentazione comune del futuro.


L’editorialista del Guardian sostiene inoltre che la Brexit abbia modificato la strategia degli euroscettici continentali: uscire dall’Unione appare meno attraente che conquistarne le istituzioni e trasformarla dall’interno. Le istituzioni democratiche potrebbero allora formalmente sopravvivere mentre si impoverisce lo spazio mentale e politico del pluralismo. L’avversario continua formalmente ad avere diritto di parola e di voto, ma viene sempre meno riconosciuto come portatore di una prospettiva autonoma e legittima. Il rischio non sarebbe quindi soltanto la dissoluzione dell’UE, ma lo svuotamento dall’interno della democrazia e la sua conversione in un progetto illiberale.


Un pessimismo non fatalista


Behr non conclude però che la sconfitta della democrazia sia inevitabile. Le destre nazionaliste non costituiscono un blocco omogeneo; rivalità personali e interessi divergenti possono limitarne la capacità di azione. Esistono inoltre forze politiche e sociali capaci di contrastarle.
La conclusione è un invito, mentalizzante, a non confondere la percezione del pericolo con la certezza della catastrofe. La storia non segue una legge che imponga a ogni fase di ottimismo liberale una successiva caduta nel caos.


Quando il denaro diventa potere


La crisi delle democrazie non può però essere attribuita alla sola avanzata dei movimenti populisti o nazionalisti.
Branko Milanović, intervistato da Giuseppe Sarcina su La Lettura del Corriere della Sera, sposta l’attenzione fuori dall’Europa e mette a confronto due sistemi apparentemente lontanissimi: Stati Uniti e Cina.
Naturalmente le differenze politiche fra i due paesi restano enormi. Eppure, Milanović individua un tratto comune: la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di élite che possono trasformare il potere economico in potere politico.
Negli Stati Uniti, in particolare, sta emergendo quella che Milanović descrive come una sorta di aristocrazia del denaro. Le stesse persone tendono a cumulare redditi elevati da lavoro e da capitale e possono trasmettere ai figli non soltanto il patrimonio, ma istruzione, relazioni e opportunità. La mobilità sociale diminuisce mentre aumenta la capacità dei gruppi più ricchi di influenzare le decisioni collettive.
La Cina segue un percorso istituzionale completamente diverso, quello che Milanović definisce capitalismo politico. Ma anche lì la concentrazione della ricchezza e la prossimità fra potere economico e politico producono élite straordinariamente potenti.


Il problema non riguarda soltanto il confronto fra democrazia e autoritarismo.

Riguarda la possibilità che all’interno delle stesse democrazie il potere economico diventi sufficientemente concentrato da svuotare progressivamente il principio dell’uguaglianza politica.
La mentalizzazione, ancora una volta, non spiega la formazione delle oligarchie. Può però aiutarci a comprendere una loro conseguenza meno visibile. Quando gruppi sociali vivono in mondi sempre più separati, diventa anche più difficile rappresentarsi reciprocamente.
Le élite possono finire per leggere la rabbia dei ceti popolari come ignoranza, irrazionalità o arretratezza; questi ultimi possono interpretare ogni decisione delle élite come ulteriore dimostrazione di disprezzo, manipolazione o complotto. Ciascun gruppo diventa per l’altro sempre più prevedibile e sempre meno conoscibile.
Si erode così quella che in psicologia viene definita fiducia epistemica: la disponibilità a considerare ciò che proviene dagli altri come un’informazione potenzialmente attendibile, rilevante e utilizzabile per comprendere il mondo.
Una democrazia vive anche di questa fiducia. Posso non essere d’accordo con un governo, un giornale, un esperto o un cittadino che vota diversamente da me, ma devo poter almeno immaginare che ciò che mi comunica non sia necessariamente una menzogna e che dalla sua prospettiva possa esserci qualcosa da apprendere.
Quando questa possibilità scompare, la discussione democratica perde una delle proprie condizioni preliminari.


È davvero il liberalismo ad aver fallito?


È a questo punto che la riflessione di Daron Acemoglu permette forse di tornare alla domanda iniziale.
Intervistato da Maurizio Ferrera sulla Lettura del Corriere della Sera, il premio Nobel per l’economia non nega affatto la gravità della crisi delle democrazie liberali. Contesta però una conclusione apparentemente ovvia: che sia il liberalismo stesso ad aver fallito.
Libertà individuale, diritti, tolleranza, libertà di associazione e di religione, uguaglianza di fronte alla legge e limiti al potere restano per Acemoglu conquiste fondamentali. Ciò che è entrato in crisi sono piuttosto le condizioni economiche, sociali e politiche che permettevano a quei principi di diventare esperienza concreta.
A partire dagli anni Ottanta, la trasformazione postindustriale delle economie occidentali si è accompagnata all’aumento delle disuguaglianze, all’indebolimento del lavoro e alla crescente concentrazione del potere economico. Liberalismo e liberismo sono stati progressivamente confusi, quasi che la tutela della libertà individuale implicasse necessariamente una sempre maggiore libertà dei mercati.
Nel frattempo anche una parte della sinistra ha modificato il proprio referente sociale. I partiti che avevano rappresentato il mondo del lavoro hanno progressivamente trovato il proprio elettorato fra i cittadini urbani e maggiormente istruiti. Le battaglie per l’inclusione e contro la discriminazione hanno conquistato uno spazio necessario, mentre una parte delle classi popolari ha avuto però la sensazione che le proprie difficoltà economiche, il proprio bisogno di riconoscimento e persino il proprio linguaggio non trovassero più rappresentanza.

Non riconoscere solo le ragioni degli altri


Ed è forse qui che possiamo rovesciare la prospettiva della mentalizzazione. Una democrazia non può limitarsi a chiedere ai propri cittadini di riconoscere la mente e le ragioni degli altri. Deve essere capace di mostrare ai cittadini che anche la loro mente viene riconosciuta.
Dire a chi teme di perdere il proprio lavoro che gli indicatori macroeconomici sono positivi può essere statisticamente corretto e politicamente insufficiente. Dire che la sua interpretazione è sbagliata può persino essere vero e contemporaneamente distruggere ogni possibilità di ascolto.
Mentalizzare non significa dare ragione all’altro. Significa domandarsi perché egli veda il mondo in quel modo e quale parte della realtà abbia contribuito a produrre quella rappresentazione.
È probabilmente anche da qui che passa la ricostruzione della fiducia.


L’intelligenza artificiale come banco di prova


Acemoglu utilizza l’intelligenza artificiale per mostrare che il futuro economico non è predeterminato dalla tecnologia, ma dipende dalle scelte con cui ne orientiamo lo sviluppo e l’impiego.
L’IA può essere sviluppata prevalentemente per automatizzare compiti, sostituire lavoro umano, ridurre costi e concentrare ulteriormente capitale e potere nelle imprese che controllano modelli, dati e infrastrutture. Ma questa non è una conseguenza necessaria dell’innovazione.
La stessa tecnologia può essere orientata verso un obiettivo differente: aumentare le capacità dei lavoratori, creare nuove mansioni e condizioni di lavoro più umane e sicure, diffondere competenze e distribuire più ampiamente i guadagni di produttività.
La differenza è politica prima che tecnologica.
E forse proprio l’intelligenza artificiale rende visibile il bivio davanti al quale si trovano le democrazie liberali. Se l’innovazione aumenta ulteriormente la distanza fra chi possiede capitale, conoscenza e capacità di decisione e chi ne subisce le conseguenze, rischia di rafforzare precisamente quelle condizioni che hanno prodotto la crisi descritta da Acemoglu e Milanović. Se invece amplia le possibilità di partecipazione, conoscenza e autonomia, potrebbe contribuire a ridurle. Non sappiamo quale delle due strade prevarrà

Lo spazio della mentalizzazione 


Zweig apparteneva a una generazione che aveva scambiato il futuro desiderato per un futuro garantito. La civiltà liberale sembrava ormai troppo avanzata per poter precipitare nuovamente nella barbarie. La storia dimostrò tragicamente il contrario.
Noi potremmo essere tentati dall’errore opposto: scambiare il futuro temuto per un futuro inevitabile.
Tra queste due illusioni esiste uno spazio più incerto e meno rassicurante. È lo spazio nel quale possiamo continuare a immaginare che l’altro non sia esattamente come crediamo, che le istituzioni possano cambiare, che una tecnologia possa prendere direzioni diverse e che il futuro non sia ancora deciso.
È lo spazio della mentalizzazione. Ed è forse anche uno degli spazi di cui la democrazia ha bisogno per continuare a esistere.

Suggerimento musicale: Ludwig van Beethoven, 7 Sinfonia, 2 movimento, allegretto