A volte un’idea nasce dall’accostamento di due frasi che fino a quel momento avevamo incontrato separatamente.
Mi è successo ascoltando a Brescia la relazione introduttiva del Prof. Luigi Tonoli al convegno C’era una volta un sé. Racconti, disagi, identità. Tonoli ha messo l’una accanto all’altra due definizioni. La prima è di Jerome Bruner, che definisce gli scrittori «ispirati inventori di mondi possibili». La seconda è di Marianella Sclavi: il buon ascoltatore è un «esploratore di mondi possibili».
Gli scrittori inventano mondi possibili. Chi legge li esplora.
Tonoli parte da questo accostamento per considerare la lettura un esercizio di ascolto e, mi sembra, anche un invito al dialogo autentico. E possiamo spingerci anche oltre. Perché quando leggiamo un romanzo non esploriamo soltanto mondi possibili. Esploriamo menti possibili.
La mente di Anna Karenina
Prendiamo Anna Karenina. Tolstoj era un uomo, un aristocratico russo dell’Ottocento. Anna appartiene allo stesso mondo sociale, ma è una donna che ne infrange le convenzioni, pagando fino in fondo il prezzo della propria trasgressione. Tolstoj stesso avrebbe progressivamente assunto una posizione sempre più critica nei confronti della società alla quale apparteneva, ma qui importa soprattutto un altro paradosso: un uomo riesce a immaginare con straordinaria profondità la vita interiore di una donna che desidera, ama, tradisce, sfida le norme del proprio ambiente e ne subisce il giudizio.
Da quasi centocinquant’anni uomini e donne, appartenenti a culture ed epoche diversissime, entrano nella mente di Anna. Ne seguono il desiderio e la paura, l’amore per il figlio, la passione per Vronskij, la gelosia, l’umiliazione, la progressiva disperazione. E nello stesso romanzo passano dalla mente di Anna a quella di Levin, di Kitty, di Karenin, dello stesso Vronskij.
Come sarebbe se fossi Anna?
Naturalmente non sono Anna. E non divento Anna mentre leggo.
È proprio questa distanza a rendere possibile l’esperienza.
Posso avvicinarmi abbastanza alla sua mente da provare a vedere il mondo attraverso di lei e, contemporaneamente, rimanerne abbastanza distante da sapere che quella vita non è la mia. Posso identificarmi e separarmi. Posso seguirla dentro la sua angoscia e, a un certo punto, chiudere il libro.
Forse è proprio questa oscillazione fra identificazione e distanza a rendere la lettura un’esperienza così particolare.
Il Sé al congiuntivo
E forse non è casuale che questa esperienza possa diventare particolarmente intensa nell’adolescenza.
È l’età in cui il Sé, ancora più che in altri momenti della vita, sembra coniugarsi al congiuntivo. Chi sono? Chi potrei diventare? Che cosa potrei desiderare? Come sarebbe essere diverso da quello che sono stato fino a questo momento? Le possibilità si moltiplicano proprio mentre l’identità cerca una propria forma.
La letteratura offre allora uno spazio singolare nel quale esplorare queste possibilità. Un adolescente può essere, nello spazio di pochi libri, forse più che in ogni altra età, il colpevole e la vittima, chi ama e chi viene abbandonato, chi si ribella e chi obbedisce. Non deve scegliere una volta per tutte chi essere. Può essere, con straordinaria intensità, più personaggi insieme.
Non si tratta soltanto di identificazione. Ogni personaggio offre una diversa organizzazione possibile dell’esperienza: un altro modo di sentire, desiderare, temere, interpretare gli altri e se stessi. Leggere consente di provarlo dall’interno mantenendo, nello stesso tempo, quella sottile distanza che permette di richiudere il libro e tornare alla propria vita.
Forse anche per questo alcuni libri letti nell’adolescenza rimangono con noi con un’intensità che difficilmente ritroveremo più tardi. Non ci hanno soltanto raccontato delle storie. Sono stati, per qualche tempo, possibilità di essere.
Mentalizzare
La mentalizzazione – la capacità di immaginare e interpretare gli stati mentali propri e altrui – può aiutarci a comprendere che cosa accade in questo spazio intermedio. Leggendo ci chiediamo continuamente: che cosa sente? Che cosa desidera? Perché ha fatto questo? Che cosa crede che l’altro stia pensando? Che cosa non riesce a comprendere di se stesso?
Naturalmente possiamo sbagliarci. Anzi, inevitabilmente formuliamo ipotesi che qualche pagina dopo dovremo modificare. Non conosciamo completamente la mente del personaggio più di quanto possiamo conoscere completamente quella di un’altra persona.
Mentalizzare non significa infatti indovinare ciò che l’altro ha nella testa. Significa immaginarne pensieri, sentimenti, desideri e intenzioni mantenendo aperta la possibilità che siano diversi da come li immaginiamo. Avvicinarsi senza appropriarsi. Formulare ipotesi senza trasformarle troppo presto in certezze.
Subjunctivize reality
È qui che possiamo tornare a Bruner. In Actual Minds, Possible Worlds parla della capacità della narrazione di subjunctivize reality, di coniugare, potremmo dire, la realtà al congiuntivo. Il racconto ci porta fuori dal dominio delle certezze stabilite e dentro quello delle possibilità umane: ciò che potrebbe accadere, ciò che qualcuno potrebbe desiderare, temere, immaginare, diventare.
Forse la letteratura coniuga al congiuntivo anche il Sé.
Non soltanto: io sono questo.
Ma: potrei essere anche altro.
O, più prudentemente: come sarebbe se fossi altro?
Possibilità e libertà
Ed è difficile arrivare alla possibilità senza incontrare Søren Kierkegaard.
Ne Il concetto dell’angoscia la possibilità è inseparabile dalla libertà e l’angoscia ne costituisce un’esperienza fondamentale. Kierkegaard arriva a definirla la «vertigine della libertà»: davanti alla possibilità l’essere umano sperimenta insieme attrazione e repulsione. Posso scegliere, posso agire, posso diventare; ma proprio perché posso, non so ancora che cosa sceglierò, che cosa farò, che cosa diventerò.
Il passaggio dall’“io sono” all’“io potrei” non è dunque necessariamente rassicurante.
E nemmeno la letteratura lo rende innocuo.
Ci sono libri che ci angosciano, ci turbano, talvolta continuano ad accompagnarci ben oltre l’ultima pagina. Ma la finzione introduce una differenza decisiva: la possibilità ci raggiunge attraverso un altro.
L’angoscia è di Anna e, mentre leggo, è in qualche misura anche mia. Ma non completamente. Posso avvicinarmi alla sua gelosia senza doverla agire, al suo desiderio senza doverlo trasformare in una scelta, alla sua disperazione senza essere costretto a seguirla fino al suo esito.
La letteratura non ci risparmia l’angoscia del possibile. Ci permette di esplorarla attraverso un altro.
L‘incontro con altre menti e altre possibilità di noi
Da questo punto di vista il romanzo offre una condizione singolare. Possiamo esercitare il “come se” senza cancellare il “non è”. Come se fossi Anna, sapendo che non lo sono.
Gli scrittori inventano mondi possibili. I lettori li esplorano. Nei mondi che esploriamo incontriamo altre menti e, attraverso di esse, possibilità che forse appartengono anche alla nostra.
Quando richiudiamo il libro torniamo alla nostra vita.
Non siamo diventati Anna Karenina.
Ma forse torniamo a essere noi stessi con qualche congiuntivo in più.