Lo studio è luminoso, arredato con sobrietà. Due poltrone si fronteggiano accanto a una grande finestra. Alle pareti, qualche quadro, una libreria e un sottile schermo che sembra confondersi con la superficie del muro. Nessuna scrivania separa il medico dal paziente.
L’uomo che ha appena preso posto sulla poltrona ha un’aria stanca. Da qualche mese dorme male, ha perso interesse per il lavoro, evita gli amici e fatica a immaginare il proprio futuro.
Lo psichiatra lo invita a raccontare come si sente. Mentre il paziente parla, sullo schermo compaiono silenziosamente alcune informazioni. I dati raccolti dal suo smartphone negli ultimi mesi hanno già ricostruito l’andamento del sonno, le variazioni dei parametri vitali, dell’attività quotidiana, gli spostamenti e la frequenza dei contatti sociali. Un sistema di analisi del linguaggio sta valutando le caratteristiche del suo discorso, confrontandole con quelle registrate nelle settimane precedenti.
La cartella clinica contiene anche il suo profilo genetico, i risultati di una recente risonanza magnetica cerebrale e informazioni sulle condizioni sociali e ambientali del quartiere in cui vive.
In pochi secondi, un algoritmo confronta tutti questi dati con quelli di migliaia di altri pazienti. Sullo schermo compare una proposta terapeutica, accompagnata dalle probabilità di risposta ai diversi trattamenti.
Lo psichiatra osserva per un momento i risultati. Poi distoglie lo sguardo dallo schermo, si rivolge al paziente e gli domanda:
«Ma lei, come si spiega quello che le sta succedendo?»
Psichiatria personalizzata
Questa scena non è pura fantascienza. Domanda finale a parte, è una libera elaborazione narrativa dello scenario con cui David Adam apre il suo articolo The grand plan to personalize psychiatry, pubblicato su Nature il 29 ottobre 2026.
Lo stesso Adam prosegue così il suo articolo: “È una visione del futuro chiamata psichiatria di precisione. Ed è un mondo lontano dalle esperienze della maggior parte delle persone oggi. Nonostante tutti i progressi compiuti nel campo delle scienze mediche, la psichiatria rimane una disciplina frustrantemente imprecisa. ..le diagnosi relative alla salute mentale sono generiche e possono risultare vaghe”
Per superare questi limiti, la ricerca, come descrive bene Adam nel suo articolo, si muove in diverse direzioni. Cerca anzitutto di andare oltre le tradizionali categorie diagnostiche, studiando dimensioni psico-biologiche trasversali. Esplora poi le possibilità offerte dal cosiddetto fenotipo digitale, ricostruendo attraverso smartphone e dispositivi indossabili le abitudini quotidiane, il sonno, i movimenti e le modalità di comunicazione. Studia le varianti genetiche e i marcatori biologici associati alla vulnerabilità psichica, mentre il neuroimaging cerca di identificare configurazioni dell’attività cerebrale capaci di prevedere la risposta ai trattamenti. Infine, e non meno significativamente, (ri)comincia a volgere l’attenzione alle condizioni sociali, culturali e ambientali nelle quali la sofferenza prende forma.
Il tono di Adam, tuttavia, è tutt’altro che trionfalistico. Le promesse sono considerevoli, ma i risultati clinici ancora limitati, molti studi attendono conferme indipendenti e la possibilità di prevedere affidabilmente il trattamento migliore per un singolo paziente rimane, in larga misura, un obiettivo da raggiungere.
Le prospettive qui citate di personalizzazione della psichiatria inoltre non convergono necessariamente verso un unico modello di malattia mentale. Anzi, alcune mettono in discussione i presupposti delle altre.
Epitteto e il significato degli eventi
Torniamo allora nello studio dello psichiatra, in quel futuro che forse non è poi così lontano. Lo psichiatra pur disponendo di una quantità impressionante di informazioni sul paziente che gli siede di fronte, chiede prima di tutto come il paziente viva e interpreti quanto gli sta accadendo.
È una domanda che ci riporta indietro di quasi duemila anni, a Epitteto, il filosofo stoico secondo il quale non sono tanto gli eventi a turbare gli esseri umani, quanto i giudizi che essi formulano su quegli eventi.
Un licenziamento, per esempio, può essere vissuto come un’umiliazione, un’ingiustizia oppure una liberazione. Lo stesso evento può suscitare vergogna, rabbia o sollievo, a seconda del significato che assume nella storia di chi lo vive. E naturalmente quel significato non nasce nel vuoto: dipende dalle esperienze precedenti, dalle relazioni, dalle aspettative e dalle condizioni concrete dell’esistenza.
Non esiste dunque una corrispondenza semplice e univoca fra un evento, la sua rappresentazione psicologica e la risposta biologica che lo accompagna.
Questo non significa che le misurazioni biologiche siano inutili, né che la sofferenza dipenda esclusivamente dalle interpretazioni individuali. La perdita del lavoro, per esempio, può avere conseguenze economiche e sociali drammatiche, indipendentemente dal significato che le attribuiamo.
Vuol dire piuttosto che conoscere le circostanze nelle quali una persona vive, e persino le reazioni biologiche che quelle circostanze suscitano, non equivale ancora a comprendere come quella persona le sperimenti e quale significato assumano per lei.
Freud, l’inconscio e il transfert
Ma il significato che attribuiamo alle nostre esperienze non è necessariamente evidente neppure a noi stessi. Freud aveva mostrato come le esperienze affettive del passato, vissute nelle relazioni con le figure più significative della prima infanzia, continuino a influenzare, inconsapevolmente, il nostro modo di percepire gli altri e di reagire alle situazioni presenti.
È quanto accade nel transfert, quando sentimenti, aspettative e modalità relazionali sviluppati in precedenza vengono riattualizzati nel rapporto con il terapeuta. Un silenzio dello psichiatra, per esempio, può essere vissuto come un segno di disinteresse, di disapprovazione oppure di attenzione, non soltanto per ciò che avviene in quel momento, ma anche per il significato che il silenzio ha assunto nella storia del paziente.
La relazione terapeutica diventa così un luogo nel quale il significato della sofferenza non viene soltanto raccontato, ma può manifestarsi direttamente, attraverso emozioni, aspettative e incomprensioni reciproche. Anche le reazioni emotive del terapeuta, il cosiddetto controtransfert, inizialmente considerate da Freud soprattutto come possibili interferenze, sono state successivamente riconosciute come una fonte preziosa, seppure fallibile, di conoscenza della relazione.
Comprendere il paziente significa allora non soltanto ascoltare ciò che racconta della propria vita, ma anche prestare attenzione a ciò che della sua storia prende forma nell’incontro con un’altra persona.
Jung e la soggettività
Ma come evitare che questa ricerca di significati si trasformi nell’applicazione di una teoria prestabilita? Carl Gustav Jung metteva in guardia nel suo saggio Lo sviluppo della personalità proprio contro questo rischio: nessuna costruzione teorica, per quanto convincente, può sostituire la comprensione della singolarità di un individuo.
La questione diventa allora ancora più impegnativa: che cosa significa comprendere il mondo soggettivo di un’altra persona?
Binswanger e la fenomenologia
Uno degli esempi più suggestivi ci viene da Ludwig Binswanger, lo psichiatra svizzero che, nel celebre caso di Ellen West, cercò di ricostruire non soltanto la storia clinica di una giovane donna tormentata da gravi disturbi alimentari e da una profonda sofferenza psichica, ma il mondo stesso nel quale viveva.
Attraverso i suoi scritti, le poesie e la ricostruzione della sua esistenza, Binswanger descrisse una donna divisa fra due mondi: quello etereo, della leggerezza, della libertà e delle aspirazioni spirituali, e quello “della tomba”, vissuto come pesantezza, costrizione e prigionia del corpo.
La paura di ingrassare non appariva così soltanto come un sintomo da registrare, ma come l’espressione di una lacerazione che attraversava l’intera esistenza della paziente. Il corpo diventava il luogo nel quale si manifestava il conflitto fra il desiderio di elevarsi e la sensazione di essere irrimediabilmente imprigionata nella propria condizione.
È questo uno dei contributi più importanti della psicopatologia fenomenologica: cercare di comprendere non soltanto quali sintomi presenti una persona, ma come sia fatto il mondo che essa abita.
E tuttavia il caso di Ellen West, conclusosi tragicamente con il suicidio della giovane donna, pone anche una domanda inquietante: fino a che punto la ricostruzione del mondo interiore di un paziente corrisponde davvero alla sua esperienza, e quanto invece riflette l’interpretazione del terapeuta?
Ancora Jung
Torniamo allora a Jung. La sua diffidenza nei confronti delle teorie prestabilite non riguardava soltanto il rischio di applicare a tutti i pazienti le stesse categorie interpretative. Jung sottolineava anche, nel saggio prima citato, che il terapeuta deve essere disposto a rinunciare alle proprie spiegazioni quando queste non trovano riscontro nell’esperienza del paziente. In altre parole, non basta costruire un’interpretazione convincente: occorre interrogarsi continuamente su quanto essa sia condivisa dalla persona che vorremmo comprendere, pur senza abbandonare la ricerca della verità.
Mentalizzazione e intersoggettività
È proprio qui che incontriamo la mentalizzazione, intesa come capacità di comprendere il comportamento proprio e altrui alla luce di stati mentali che non possiamo conoscere direttamente e sui quali possiamo soltanto formulare ipotesi. Ipotesi che, proprio perché riguardano la soggettività, devono rimanere aperte al dubbio, al confronto e alla revisione.
La comprensione dell’altro non consiste allora nel trovare finalmente la spiegazione giusta, ma nel mantenere aperta la possibilità di cercarla insieme.
Mind in mind
Mind in mind, tenere la mente nella mente: è una delle espressioni che meglio riassumono il principio della mentalizzazione. Non si tratta semplicemente di comprendere ciò che l’altro pensa o prova, ma di tenere presente che dietro ogni comportamento esistono stati mentali — desideri, paure, aspettative, intenzioni — che non sono immediatamente accessibili, né all’osservatore né, talvolta, alla persona stessa.
Quando cerchiamo di comprendere qualcuno, formuliamo inevitabilmente delle ipotesi. Ma queste ipotesi possono essere sbagliate, incomplete, influenzate dalle nostre esperienze e dai nostri pregiudizi. Mentalizzare significa anche riconoscere questa incertezza, mantenere viva la curiosità per ciò che accade nella mente dell’altro e accettare che la sua risposta possa modificare la nostra interpretazione.
Non è dunque soltanto una capacità individuale, ma anche un processo intersoggettivo. Nella relazione terapeutica, il paziente cerca di comprendere se stesso anche attraverso la mente del terapeuta, mentre quest’ultimo deve continuamente interrogarsi su ciò che ha compreso, su ciò che non ha compreso e su quanto le proprie emozioni e aspettative influenzino il suo modo di ascoltare.
Ma torniamo ancora una volta allo studio del nostro psichiatra del futuro. Sullo schermo compare una proposta terapeutica elaborata attraverso il confronto con migliaia di pazienti. Il sistema potrebbe anche formulare ipotesi sul significato delle parole dell’uomo, esplicitare l’incertezza delle proprie valutazioni, suggerire domande e modificare le proprie interpretazioni sulla base delle risposte ricevute.
Riflessività algoritmica
Sarebbe tuttavia un errore confondere questa capacità di elaborazione e revisione delle ipotesi con l’intero processo della mentalizzazione. Un algoritmo può produrre un discorso coerente sugli stati mentali, e persino mostrare una forma di riflessività (che si potrebbe definire “riflessività algoritmica”) nel modo in cui li descrive, senza che questo dimostri l’esistenza di un’esperienza soggettiva o di una comprensione vissuta dell’altro.
D’altra parte, sarebbe altrettanto semplicistico negare che queste capacità possano avere un’utilità clinica. Un sistema capace di proporre interpretazioni alternative e segnalare possibili contraddizioni potrebbe aiutare il terapeuta a interrogare criticamente le proprie ipotesi, anziché limitarsi a confermarle.
La questione, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale possa sostituire la comprensione umana, ma chiedersi in quali condizioni possa contribuire a renderla più attenta, più rigorosa e meno prigioniera delle proprie certezze.
Il paziente del futuro è ancora seduto sulla sua poltrona. Forse risponderà alla domanda dello psichiatra dicendo che ha perso il lavoro e si sente un fallito. Forse racconterà che, da quando è morto suo padre, non riesce più a immaginare il futuro. O forse dirà semplicemente di non saperlo.
Nessuna di queste risposte renderà inutili i dati raccolti dall’algoritmo. Ma ciascuna aprirà una strada diversa per comprendere la sua sofferenza.
La psichiatria di precisione cerca di individuare il trattamento più adatto a una determinata persona. Una psichiatria autenticamente personalizzata deve anche chiedersi chi sia quella persona, quale significato attribuisca alla propria esperienza e come quel significato possa trasformarsi nella relazione con un altro essere umano.
Perché conoscere sempre meglio un paziente non significa necessariamente averlo compreso. E comprenderlo non significa aver finito di conoscerlo.
Suggerimento musicale: Charles Ives, The Unanswered Question